... Le Invasioni di Taoclick ...

Le nostre uscite , quelle che amiamo definire “Le invasioni di Taoclick”

Palma di Montechiaro - Via Andrea Castellino_Rogika Roberto Mendolia
Palma di Montechiaro - Ruderi della Chiesa di Santa Maria della Luce_Giovanni Russotti
Borgo Santa Rita_Alfio Barca
Borgo Santa Rita - Forno Santa Rita - Musa_Davide Pinto
Gli Invasori

Invasione a: Borgo Santa Rita e Palma di Montechiaro 16 ottobre 2019

A circa venticinque chilometri da Caltanissetta, tra aspri rilievi e dolci colline, sul Monte Pisciacane a metà strada fra Sommatino e Delia, si trova il Borgo Santa Rita. Lo raggiungiamo dopo due ore e mezza di strada.

La chiesa del paese con la sua facciata rosa e il suo particolare campanile, visibile sia dalla strada sia da buona parte del circondario, sembra voler proteggere le poche case e la ventina di abitanti rimasti. Il borgo nasce nel 1895, per volontà della famiglia dei Baroni La Lomia di Canicattì, dedicato a Rita Bordonaro, moglie del Barone, che fece costruire sulla sommità di una scalinata vicino alla loro residenza baronale la chiesa dedicata a Santa Rita, da cui il nome della borgata.

Da venti anni questo luogo, abbandonato per secoli, campagna siciliana prolifica e produttiva, è rinato grazie alla tenace volontà di Maurizio Spinello, il “fornaio sognatore”, che nel 1999 ha aperto il suo forno e fa il pane di una volta, quello con i grani antichi, quello delle nostre nonne e dei nostri antenati con il quale ci siamo nutriti per millenni. Lo conosciamo, Maurizio. Ci accoglie con garbo nella sua divisa bianca “immacolata” da fornaio e ci invita dentro il suo regno mostrandoci con orgoglio i suoi prodotti: la farina bio, il pane e la pasta con i grani antichi, i biscotti.

All’interno del laboratorio incontriamo Musa, un ragazzo del Gambia, ha occhi vivaci e tanta voglia di imparare. Lo troviamo intento a confezionare la pasta con il piglio serio di chi sta facendo qualcosa d’importante e ci sorride. Maurizio ci spiega che dà lavoro ad alcuni ragazzi che vengono per imparare, chi da fuori Sicilia e chi da altri paesi, vengono per una o due settimane e poi ci restano per mesi innamorati di quest’antica e nobile arte.

Ci dice: “Vivo in un posto, dove le strade sono dissestate, dove la parola “servizio” non esiste e ogni piccola cosa diventa impossibile, un posto invisibile, dove ha sempre vissuto la mia famiglia, ma è qui che sono nato e voglio continuare a vivere e lavorare. Questo posto ha una storia da raccontare ed io voglio farne parte”.

Ripartiamo con il bagagliaio della nostra auto stracolmo, non solo di pasta di ogni tipo, ma anche con la bella sensazione che non tutto è perduto in questa nostra splendida e martoriata isola.

Il nostro appuntamento a Palma di Montechiaro è con l’architetto Alfonso Di Vincenzo, arriviamo in ritardo in piazza Provenzani, davanti al Monastero delle Benedettine, colpa di un GPS che ha deciso di fare le bizze in paese, costringendoci a fare un giro più lungo di quello preventivato.

Abbiamo una certa fretta d’iniziare il nostro tour nella città del “Gattopardo”, fondata il 3 maggio 1637 dalla storica e nobile famiglia dei Tomasi, antenati del celebre Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore del famoso romanzo. Palma nelle intenzioni originarie doveva essere la città di una nuova Terra Santa, la Gerusalemme di Sicilia e per portare a termine questo desiderio i Tomasi si affidarono alle sapienti ed erudite mani di Giovan Battista Hodierna, astronomo ragusano, poi diventato arciprete di Palma, che disegnò la pianta ortogonale della città, studiando a lungo il luogo, basandosi sulla ricchezza della vegetazione, sulla luce, sulla posizione degli astri e del soffiare dei venti.

In questo meraviglioso scenario raggiungiamo la Chiesa di Maria Santissima del Rosario, una delle più significative opere del barocco siciliano con un meraviglioso prospetto, fatta edificare dalla stessa famiglia dei Tomasi, Principi di Lampedusa. All’interno decorazioni in stucco, splendide inferriate, numerosi e pregevoli dipinti rendono il Duomo unico in questo scenario barocco. A pochi passi dall’imponente scalinata della chiesa uno dei gioielli più belli di Palma di Montechiaro: il Palazzo Ducale, un viaggio nella memoria storica di Palma. Uno dei segni tangibili della presenza in città di quest’antica e nobile famiglia. Dallo scalone nobile giungiamo al primo piano con le sue otto sale con i soffitti a cassettoni lignei originali decorati con soggetti diversi. Nel soffitto di una di queste, troneggia una copia dello stemma dei Tomasi (l’originale fu rubato negli anni ‘70) con il leopardo rampante, il monte a tre cime con i tre alberi di palme. In un’altra, nel giugno del 1731, si radunò la Commissione del Tribunale Ecclesiastico per il processo di beatificazione di Isabella Tomasi, figlia di Giulio, divenuta Suor Maria Crocifissa della Concezione.

Ci concediamo un piccolo lusso pranzare al ristorante “Il Principe di Salina”, accompagnando le nostre pietanze con un buon vino bianco, per restare in tema e non perdere il contatto con gli avvenimenti storici che stiamo vivendo.

Nel primo pomeriggio Suor Raffaella ci apre alcune porte del Monastero del Santissimo Rosario. È un luogo dello spirito, monumento e museo d’arte, un sito che custodisce non solo la memoria artistica della famiglia Tomasi, ma anche della Sicilia stessa. Avere avuto il privilegio di “esserci stati”, di avere visto con gli occhi del passato è stato come provare una sensazione che va oltre ogni aspettativa, sembra di “galleggiare” nel sinuoso mare degli avvenimenti storici, come una nave in balia delle onde, senza meta, senza porto, senza timone.

Dopo la visita al Monastero delle Benedettine, ci salutiamo con l’architetto Alfonso Di Vincenzo, ringraziandolo calorosamente per la squisita gentilezza e professionalità con cui ci ha guidato nella visita e con il Signor Salvatore Costanzino ci dirigiamo fuori paese, in direzione della collina detta “ ’u Cravaniu ”, il Calvario, dominata dai ruderi dell’antica Chiesa di Santa Maria della Luce, dalla solenne facciata dalle forme barocche costruita intorno al 1650. Fu anche un lazzaretto, da ciò il nomignolo paesano “ ‘u ghettu de’ malati ”. Sotto una botola nel pavimento della Chiesa, sono ancora presenti e rinchiusi i corpi delle persone lì ricoverate e morte di peste tra il 1650 e il 1700.

Prima di rientrare a casa facciamo in tempo ad arrivare in località Capreria ad ammirare il Castello di Montechiaro, l'unico dei castelli chiaramontani in Sicilia edificato su un costone roccioso a picco sul mare.  Da lì si gode un panorama di struggente bellezza, appoggiamo le nostre macchine fotografiche a terra e restiamo in religioso silenzio ad ammirare il sole che lentamente si nasconde dentro il mare.

Adesso, dopo tanti anni, ho compreso a pieno cosa avesse voluto dire Arthur Rimbaud quando scrisse: “L'eternità è il mare mischiato col sole”.

Alla prossima!

Rogika

Mistretta - Presbiterio della Chiesa Madre di Santa Lucia_Giovanni Russotti
Mistretta - Palazzo Scaduto (Gran Bar)_Davide Pinto
Mistretta - Palazzo Russo_Rocco Bertè
Mistretta - Palazzo Mastrogiovanni Tasca (Palazzo della Cultura)_Alfio Barca
Mistretta - Dal presbiterio della Chiesa Madre di Santa Lucia_Francesco Motta
Mistretta - Chiesa del Santissimo Salvatore - Adorazione Eucaristica Perpetua_Rogika Roberto Mendolia
Mistretta - Gli Invasori

Invasione a:  Mistretta - 17 settembre 2019

Mistretta: “Paese acchiocciolato ai piedi del Castello, con le sue casucce rossastre piccole e affumicate”, è così descritta dalla scrittrice Maria Messina che qui visse fino al 1909, sino all’età di sedici anni. Figlia di un ispettore scolastico, costretta per necessità a girare nei vari paesi del centro sud per i continui spostamenti del padre, la scrittrice trascorse solamente cinque anni a Mistretta, quelli dell’adolescenza, il periodo dei suoi esordi letterari. Il legame che si è creato tra la scrittrice e i mistrettesi è diventato talmente forte che nel 2009 i suoi resti mortali furono traslati dal cimitero di Pistoia, ove morì nel 1944, a quello di Mistretta, dove oggi riposa accanto alla sua amata madre.
Ho iniziato il resoconto della nostra invasione n. 27 citando Maria Messina, non solamente per rendere omaggio a un’autrice ai più sconosciuta, stimata da Giovanni Verga, riscoperta da Leonardo Sciascia, ma anche per ricordare, ribadire e riconfermare la mia personale passione per gli autori siciliani del ‘900 e dello stretto e “misterioso” legame tra scrittura e fotografia. A prova di ciò, basti semplicemente richiamare alla mente quel sodalizio letterario, tra Capuana, Verga e De Roberto, impregnato di complicità fotografica e identificato come la “Triade di Catania”. Nelle opere dell’autrice, pubblicate dall’editore Sellerio, si ritrovano i luoghi e la gente di Mistretta che talmente ha amato da restituirne con pienezza tutto il suo fascino.
Proprio di fronte al “Sebar”, in via Nazionale dove, insieme agli amici Alfio, Franco, Rocco Giovanni e Davide, abbiamo consumato la nostra colazione, si trova il Circolo Unione (fondato nel 1846 come Casino di conversazione, poi divenuto Circolo Unione). È un edificio non solo luogo d’incontro e di svago, ma anche di forme aggregative per il conseguimento di obiettivi filantropici nell’epoca passata. Entrando, si ha la forte sensazione di rivivere il fascino d’altri tempi, dove ogni cosa sembra cristallizzata in tutta la sua bellezza. E ho iniziato a fantasticare di come la Sicilia, nella fattispecie Mistretta, fosse uno di quegli arcani cassetti di un immaginario “cantaranu”, quel mobile “chiamatu accussì picchì si metti nta li canti, nta li agnuni, pi nun dari fastidiu”. Ed allora cresce forte quella voglia, come bambini curiosi, di aprirli tutti “i casciola” per sbirciarci dentro. Ad aiutarci a soddisfare questo nostro desiderio di conoscenza, ci viene incontro il Signor Nino Dolcemaschio, la nostra esperta guida o, se più vi garba, colui che detiene le chiavi per aprire quei cassetti.
Passeggiando per le vie di Mistretta, diversi sono i luoghi da visitare, siti sia religiosi che civili. Nel nostro impegnativo “tour de force” abbiamo visitato:
La Chiesa di Santa Lucia che è la Chiesa Madre di Mistretta con il suo superbo portale, la Cappella del Santissimo Sacramento e il bellissimo Coro Ligneo; la Chiesa di San Francesco, dapprima inglobata nel convento delle Benedettine, che vi dimorarono fino al 1569, ceduta ai Padri Cappuccini, che lo ampliarono intorno al 1604, un’unica navata ricca di sculture lignee e dipinti; particolare è la piccola Chiesa di Santa Maria Annunziata quasi nascosta tra le case del quartiere, come caratteristica è la Chiesa di Santa Maria di Gesù dove contempliamo la statua di legno policromo dell’Ecce Homo e il Crocifisso, attribuiti a Frate Umile da Petralia.
Nel quartiere Santissimo Salvatore, ammiriamo l’abside decorata con un affresco del Cristo Pantocratore della piccola chiesetta omonima. Edificata intorno al XIV-XV secolo, progressivamente abbandonata e parzialmente demolita, restaurata alla fine del secolo scorso. Dal 2004 sede d’adorazione eucaristica perpetua, da quindici anni i fedeli si alternano giorno e notte, ventiquattro’ore su ventiquattro, nell’adorazione del Santissimo.
Alcune chiese purtroppo a causa di lavori interni di ristrutturazione non sono visitabili, ma restiamo comunque ammirati dalle loro facciate, come la singolare Chiesa del Purgatorio e la Chiesa della Santissima Trinità con il prospetto del XVIII secolo raffigurante la Santissima Trinità con tre figure umane uguali.
Un bel tuffo nel lontano passato lo facciamo visitando i numerosi palazzi nobiliari, tra i quali Palazzo Giaconia, Palazzo Scaduto, Palazzo Tita e lo scalone del Palazzo Russo, posto come fondale dell’atrio che ammalia con la sua seducente scenografia. Ognuno di questi palazzi racconta. Essi sono i custodi della memoria e dell'identità storica e culturale di Mistretta, come anche le fontane e gli abbeveratoi, che si ammirano nelle varie zone di Mistretta, tra le quali la caratteristica Fontana Pia. Testimoni di una civiltà contadina, luogo d’incontro e di socializzazione per le donne di casa, luogo di divertimento per i ragazzi di allora, anch’esse raccontano, fanno parte della storia delle famiglie e della comunità amastratina.
Io, Alfio e Franco, insieme alla nostra guida Nino e accompagnati dal cane “Polpetta”, non ci lasciamo sfuggire la visita ai ruderi sopravvissuti del castello arabo-normanno, risalente al 1083, situato sulla rocca che sovrasta la città e dove ammiriamo il paesaggio verso il basso e ci innamoriamo dell’immensa distesa dei tetti delle “casucce rossastre piccole e affumicate”.
La nostra ultima tappa è al Museo Regionale delle Tradizioni silvo-pastorali, inaugurato nel marzo 2007 e intitolato a Giuseppe Cocchiara, antropologo e studioso di tradizioni popolari, considerato il continuatore dell’opera di Giuseppe Pitrè. Nelle sale si può apprezzare una pregevole collezione di dipinti su vetro, la più interessante raccolta del genere esistente in Italia.
Anche stavolta con la professionale e squisita competenza della nostra guida Signor Nino Dolcemaschio, siamo riusciti ad aprire i cassetti del “cantarano”, in alcuni purtroppo non siamo riusciti a curiosare, proprio non ne volevano sapere di aprirsi, non so se dipende dal falegname o dall’artigiano, certamente non è un difetto né nostro né della nostra brava guida, forse il “Restauratore” non ha né voglia né interesse, o forse …
La sera si avvicina veloce, una leggera foschia sale su dal mare e inizia ad insinuarsi tra le vie e i vicoli di Mistretta e noi riprendiamo la strada del ritorno, con il pensiero rivolto alla nostra prossima invasione.
Rogika

Palagonia - Panorama dal belvedere del quartiere Cassaro_Angelo Savoca
Palagonia - Piazza Giuseppe Garibaldi_Rogika Roberto Mendolia
Palagonia - Eremo di Santa Febronia_ Putridarium (Cripta)_Alfio Barca
Palagonia - Basilica Paleocristiana di San Giovanni_Mario Guillerno
Palagonia - Campanile della Chiesa Madre San Pietro Apostolo_Rocco Bertè
Palagonia - Chiesa Madre San Pietro Apostolo_Giovanni Russotti
Palagonia - Gli Invasori

Invasione a:  Palagonia - Eremodi santa Febronia - 29 maggio 2019

Santa Febronia è la Santa Patrona di Palagonia in provincia di Catania, mistica vissuta agli inizi del IV secolo in Siria nell’antica Nisibis (l’odierna città turca di Nusaybin).

Nell’anno 305, durante la persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’imperatore Diocleziano, fu condannata al martirio, ricordato come uno dei più lunghi e cruenti patiti dai cristiani in quell’epoca. Una tra le tante leggende narra che un padre cappuccino proveniente da Roma e diretto a Militello in Val di Catania trasportando alcune reliquie, tra le quali quelle di Santa Febronia, fu costretto da un violento temporale a cercare rifugio nelle grotte delle “Coste”. Le “Coste” sono una lunga striscia (in dialetto siciliano costa) di una montagna tra Palagonia e Militello in Val di Catania. Il cappuccino ogni volta che intendeva riprendere il cammino, la pioggia e le intemperie glielo impedivano. Questo episodio fu interpretato come la volontà della Santa di restare in quel luogo, dove tutt’oggi è ancora venerata, in particolare nella vigilia della festa, quando le sacre reliquie e la statua della Santa sono portate in processione dalla Chiesa di Maria Ausiliatrice alla Chiesa Madre, dove viene celebrato il rito della “Spaccata ‘o Pignu” con la successiva apertura della cappella che ne custodisce il fercolo.

 

Con questa premessa, inizia la nostra “Invasione” n. 26 a Palagonia.

Si parte, stavolta, mezz’ora dopo il sorgere del sole, concordiamo l’appuntamento al casello autostradale di Giardini Naxos, insieme a noi si aggregano Angelo, Rocco e la “new entry” Mario.

La prima tappa è al Capital Bar di Palagonia, dopo aver consumato la nostra colazione, procediamo in direzione della Basilica paleocristiana di San Giovanni. Un sito singolare e di particolare interesse di cui si conservano l’abside ed alcune colonne, collocabile attorno al VII secolo d.C. Per le sue piccole dimensioni, si riteneva fosse poco adatta a contenere i fedeli, al punto che si è ipotizzata la possibilità che essi assistevano alle funzioni dall’esterno. La chiesa non ha delle vere e proprie pareti laterali, ma una serie di archi entro i quali erano inserite delle porte che venivano aperte durante le funzioni. Alcuni documenti ci informano della sua appartenenza all’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme.

Con le auto ci dirigiamo verso via delle Steppe, nella zona alta di Palagonia, per raggiungere la Chiesa Immacolata del Convento, dove troviamo ad accoglierci Don Arockiasamy P. Jayaseela Rajan Msfs, preventivamente avvertito della nostra visita dal “cicerone”, alias il nostro segretario Alfio. La Chiesa, in passato dedicata a Sant’Antonio da Padova, fu costruita nel 1592 con annesso convento dei Frati Minori Riformati, per volontà del barone Ferdinando Gravina De Cruyllas. Devastata dal sisma del 1990, nel corso degli anni depredata di molte delle opere più belle: tele, pannelli decorativi in marmo policromo degli altari e per ultimo, nel 2000, del grande tabernacolo ligneo realizzato da Fra’ Cherubino d’Aidone, che completò l’opera nel 1721, dopo dieci anni d’intenso e straordinario lavoro d’intaglio ed intarsio, interamente spogliato di tutti gli elementi decorativi che lo impreziosivano. Nel maggio del 2012, un comitato di cittadini, denominato: “Riapriamo la Chiesa dell’Immacolata”, con una lodevole iniziativa promuove una raccolta di fondi finalizzati alla realizzazione degli interventi necessari per la ricostruzione del tabernacolo ligneo. E insieme al notevole contributo delle Confraternite di Palagonia e anche alle prestazioni professionali e manodopera gratuite, la chiesa è stata riaperta al culto nell’antivigilia di Natale del 2013.

Alle 11:00, appuntamento con il Sig. Antonino Condorelli, alla Chiesa Madre San Pietro Apostolo, che è situata nella parte opposta del paese a dominare l’intero centro abitato. In chiesa abbiamo anche il piacere di fare la conoscenza con Don Sebastiano Di Benedetto che ci omaggia di un graditissimo volumetto: “Santa Febronia. Vergine e Martire sotto Diocleziano”, della studiosa Maria Stelladoro. Insieme al Sig. Antonino, dopo aver conosciuto le opere presenti all’interno della chiesa, tra le quali la Cappella di Santa Febronia, chiusa in attesa della solenne festività, ci incamminiamo per le ripide stradine della “vecchia” Palagonia alla scoperta di quelle poche antiche chiese rimaste, tra le quali la Chiesa del Crocefisso e alcuni palazzi nobiliari di notevole pregio architettonico, i Palazzi Politini, oramai in totale decadenza. Palagonia è, ai più conosciuto come il paese dell’arancia rossa. Il paese dove l’arancia è considerata preziosa come l’oro. Le arance sono il simbolo e insieme il vanto del territorio: “L’oro rosso” dei contadini palagonesi. Un settore, questo agrumicolo, che da qualche tempo sta subendo una forte crisi, anche e soprattutto per la spietata concorrenza dei mercati del bacino mediterraneo che “comandano” la grande distribuzione. A questo aggiungiamo la brutale e implacabile espansione dei centri commerciali con prodotti che poco o nulla hanno a che vedere con la Sicilia e che hanno costretto alla chiusura i piccoli negozi e le botteghe a carattere familiare.

Approfittiamo dell’ombra dei grandi “Ficus Benjamin”, in Piazza Municipio, per concederci la nostra “pausa panino” prima di incontrare il Prof. Gaetano Interlandi che ci accompagnerà alle Coste di Santa Febronia. Il complesso archeologico più importante di Palagonia, situato sulla punta estrema degli Iblei. Da qui si gode un affascinante panorama dell’Etna e della piana catanese. Le “Coste” sono state abitate sin dall’era preistorica. Lungo il sentiero, ad altimetria variabile, che percorriamo per raggiungere l’Oratorio di Santa Febronia ammiriamo anche delle antichissime necropoli con tombe a grotticella, successivamente mescolate a cameroni di età bizantina ed altomedievale. L’oratorio di Santa Febronia è una piccola chiesa interamente scavata nella roccia risalente al VI o VII secolo a.C.

L’antica basilica, ricavata con molta probabilità da una precedente tomba preistorica, che attraverso varie trasformazioni fu, in seguito, adibita a luogo di culto. Ha una pianta quasi quadrata e sopra un altare monolitico, inserito in una nicchia, si trova un bellissimo affresco del Cristo Pantocratore con due angeli oranti, con a destra la Vergine Annunziata ed a sinistra l’Arcangelo Gabriele. Ai lati della nicchia altri due affreschi il martirio di Santa Febronia, a sinistra e quello di San Bartolomeo, a destra. Affreschi di epoche diverse, con controversa datazione, si ipotizza tra il XIV e il XVII secolo. Nella parete a seguire, sul lato lungo sono raffigurate Santa Lucia, Sant’Agata e Sant’Anastasia. Al centro dell’oratorio dal piano di calpestio si scende attraverso dei gradini in un ambiente a “T” nelle cui pareti sono ricavate le nicchie con funzione di colatoi (putridarium).

Dopo aver ascoltato con molto interesse, le descrizioni del Prof. Interlandi iniziamo, muniti di stativi e faretti, a fotografare in assoluto silenzio questo luogo straordinario e pieno di meraviglia.

Il Parco Archeologico è gestito con amore e cura dal Gruppo Scout A.G.E.S.C.I. Palagonia, che si avvale anche di piccoli contributi e della collaborazione di persone esperte del luogo, per rendere fruibili a tutti noi questo luogo d’incomparabile valore storico.

Un dovuto ringraziamento da parte di noi “invasori” alla solerte Signora Carmela Benincasa, della Segreteria del Sindaco, che con il suo interessamento ha reso possibile la visita a luoghi che normalmente sono chiusi.

C’è una Sicilia poco conosciuta quasi misteriosa, c’è una Sicilia verde e luminosa e c’è anche una Sicilia arida, affascinante e desolata. Da sempre noi di “Taoclick” andiamo alla ricerca di quella Sicilia lontana dai clamori del turismo mordi e fuggi e lontana dalle rotte degli autobus turistici. La Sicilia che noi amiamo, provando a ripercorrere i sentieri della nostra cultura e della nostra storia, facendoci si ammaliare dalle antiche vestigia, ma senza rinunciare alla scoperta dei piccoli borghi dove il tempo sembra essersi fermato.

Lo sappiamo bene che siamo un’isola dentro l’isola e che per quanto complessa, contorta, complicata possa essere, ne siamo profondamente orgogliosi.

Un abbraccio a tutti.

RGK

Alcara Li Fusi - Chiesa di San Pantaleone Martire_Fulvio Lo Giudice
Alcara Li Fusi - Chiesa delle Grazie_Giovanni Russotti
Alcara Li Fusi - La Fontana Abate_Angelo Savoca
Alcara Li Fusi - Confraternita Anime Sante del Purgatorio_Alfio Barca
Alcara Li Fusi - La Signora Giovanna Faraci - Pizzari e Striscie_Rocco Bertè
Alcara Li Fusi - Alcuni Invasori con Don Guido Passalacqua e le guide Nicola e Nicole
Alcara Li Fusi - Gli Invasori con Nicola, la guida ... personalizzata

Invasione a: Alcara Li Fusi

Le Rocche del Castro, una parete rocciosa di grande e rara bellezza, formata da calcari dolomitici dai tenui colori bianco e rosa, che sembrano abbracciare con delicatezza il tranquillo e placido borgo di “Al-Qarah” con quella stessa identica tenerezza che ha una madre quando abbraccia la propria creatura. E’ questa la sensazione che si prova guardando il paesaggio dal finestrino dell’auto avvicinandosi ad Alcara Li Fusi, quattrocento e più metri sul livello del Mar Tirreno, circa 1800 anime nel cuore dei Nebrodi, più o meno a metà strada tra Messina e Palermo.

Il nostro appuntamento con Nicola è al Bivio della Madonnina, il tempo di presentarci, scambiare quattro chiacchiere e proseguire in direzione del Monastero di Santa Maria del Rogato. Lo raggiungiamo attraverso un arduo e tortuoso sterrato sul versante sinistro della vallata del fiume Rosmarino.  E’ un cenobio basiliano fondato, si pensa, verso la fine dell’XI secolo dai monaci che s’ispirarono alla regola del vescovo e teologo greco Basilio Magno. E’ il luogo dove furono poste a riposare le spoglie del frate eremita San Nicolò Politi da Adrano. Luogo simbolo e sacro per l’intera comunità alcarese, luogo di profonda e rispettosa devozione per un Santo che ha legato indissolubilmente la sua vita alla storia cittadina. In questo minuto monastero, il 17 agosto del 1167, San Nicolò Politi salì in cielo e i fedeli alcaresi ricordano il loro patrono recandosi ogni anno in pellegrinaggio. Il monastero è anche conosciuto, ai veri amanti dell’arte, perché custodisce un eccezionale e prezioso affresco della cultura pittorica bizantina, la Κοίμησις τῆς παναγίας, la “Dormitio Virginis”, un’Ascensione della Vergine raffigurata secondo i canoni bizantini, ascrivibile tra gli inizi del 1196 e non oltre il 1291, rappresenta una delle poche testimonianze pittoriche ancora leggibili della presenza del monachesimo basiliano in Sicilia.

Lasciato il monastero, si decide di raggiungere la chiesetta della Madonna delle Grazie situata ai piedi della Rocca Traura. Rimaniamo con il naso all’insù non solo ad ammirare questa incredibile meraviglia della natura di 1135 metri, ma cercando anche di scorgere i grifoni in volo. Purtroppo siamo riusciti ad intravedere pochi esemplari di questi imponenti volatili che gli anziani chiamavano nel loro antico dialetto “i vuturuna”, cioè i veleggiatori, per via della loro tecnica di volo che sfrutta le correnti ascensionali che sfiorano le ripide pareti delle Rocche.

Ci spostiamo un paio di chilometri in direzione opposta per visitare e fotografare il Borgo Stella, un sito etno-antropologico di particolare interesse ed importanza, un arcaico agglomerato rurale costituito da capanni in pietra a secco con coperture in “pagghiara”, con recinti per il ricovero del bestiame.

Riprendiamo la strada verso il paese e ci fermiamo per una visita alla suggestiva Chiesa del Rosario, con un bel portico del XV secolo, all’interno della chiesa è custodita una pregevole statua marmorea di Maria SS. della Catena di scuola gaginiana.

Qui incontriamo Nicole, Alessandra e Anaele che insieme a Nicola, il nostro “cicerone” ed altri, fanno parte del “Gruppo Volontari ANSPI Alcara Li Fusi”. Un gruppo nato nel 2014, di giovani volontari, che con entusiasmo e professionalità accolgono i visitatori che arrivano al borgo per visitare le chiese e i monumenti. Sono rimasto piacevolmente sorpreso, non solo io ma anche gli altri del gruppo “Taoclick”, dalla competenza e dalla simpatia con la quale ci hanno accolti e, lasciatemelo dire, ho provato un po’ d’invidia, di quella sana, pensando ai nostri giovani che purtroppo si lasciano facilmente distrarre da altre attività. Un plauso a questi volontari che con semplicità e con il cuore preservano quella memoria storica e culturale della nostra isola tanto cara a noi di “Taoclick”.

Tutti insieme facciamo tappa al Museo d’Arte Sacra, ospitato negli ambienti dell’antico Monastero delle Vergini Benedettine connesso con l’adiacente Chiesa di Sant’Andrea, vanta opere pregevolissime che comprendono espressioni artistiche di vario genere, tra le quali un’interessante tavola della Madonna col Bambino tra San Sebastiano e San Francesco d’Assisi del XVI secolo, attribuita alla Scuola di Antonello da Messina e una notevole testa di San Giovanni in legno dipinto su piatto ligneo del 1618.

Alcara Li Fusi è conosciuta anche per l’antica arte della tessitura realizzata con antichi telai a pedale con i quali vengono realizzati dei bellissimi tappeti colorati con i ritagli di stoffe che prendono il nome di “pizzare”. In un piccolo laboratorio incontriamo la Signora Giovanna, un’arzilla e anziana tessitrice del luogo, che con vivacità e con un pizzico di nostalgia ci intrattiene con i suoi racconti dal sapore antico.

È l’ora della pausa pranzo! Ci dirigiamo verso l’Agriturismo Sidoti e tra una portata e l’altra abbiamo anche l’opportunità di ammirare il panorama del borgo da una visuale del tutto particolare.

Rientrando al paese lungo la strada, ammiriamo la monumentale Fontana Abate, costruita in epoca pre-araba quando Alcara si chiamava ancora Turiano, come dimostrano alcune iscrizioni e un caratteristico mulino ad acqua ancora ben conservato.

Una sosta nella parte medievale di Alcara, al quartiere Motta, dove è ubicata la chiesa di Maria SS. Annunziata, un tempo chiamata “Templum Magnum”, con la bellissima statua della Beata Vergine.

In paese c’è gran fermento, ci troviamo nella settimana della Passione e le varie confraternite sono alle prese con gli ultimi preparativi in vista della processione dei Misteri che si snoderà per i vicoli e le vie del paese e che avrà il suo culmine sul Calvario del quartiere “Rocca”.

La tappa di Alcara li Fusi è la 25a “invasione” che la nostra associazione fotografica è riuscita ad organizzare ed a portare a termine. Dietro ogni nostra uscita fotografica c’è sempre una preparazione di ricerca del luogo, dove ognuno di noi, nel suo piccolo, si documenta, s’informa e scrive appunti sul proprio cellulare; ma in quest’occasione particolare, al nostro segretario Alfio, va il principale merito di essere riuscito a trovare quella famosa “chiave magica” che ci ha permesso, con la squisita collaborazione degli amici del “Gruppo Volontari ANSPI”, di conoscere e scoprire un paese dal sapore antico, genuino e semplice, dove tradizione e cultura popolare rivivono nei gesti e nei sorrisi dei suoi abitanti, una sorprendente gemma incastonata in uno straordinario gioiello quale è la nostra isola: Alcara Li Fusi.

Un abbraccio

RGK

Nicosia - Chiesa di S. Vincenzo Ferreri - Affreschi fiamminghi di Guglielmo Borremans_Rocco Bertè
Nicosia - Via Fratelli Testa_Rogika Roberto Mendolia
Nicosia - Coro ligneo della Cattedrale San Nicola di Bari_Giovanni Russotti
Nicosia - Chiesa del SS. Salvatore_Alfio Barca
Nicosia - Cattedrale San Nicola di Bari_Lillo Laganà

Invasione a: Nicosia

Il 2019, per l’Associazione Fotografica Taoclick, è un anno un po’ speciale: è, infatti, il nostro quinto compleanno. Guardandoci indietro, possiamo ritenerci orgogliosi di quello che siamo riusciti a realizzare pur fra le tante difficoltà incontrate. L’essere riusciti a divulgare e a stimolare nel nostro piccolo la conoscenza e la curiosità per l’arte fotografica ci rende particolarmente felici. Siamo partiti piano piano, quasi in sordina e senza tante pretese, cercando di creare un piccolo gruppo di amanti della fotografia e di dare a chiunque si fosse avvicinato alla nostra associazione quel contributo di amicizia, condivisione e disponibilità per crescere insieme. Abbiamo avuto la bella opportunità di essere riusciti ad organizzare degli incontri ospitando diversi fotografi siciliani, che ci hanno onorato con la loro presenza regalandoci momenti di grande fotografia, incontri che hanno “veicolato” il nome della nostra città in giro per la Sicilia e non solo. Siamo stati a contatto con gli studenti stranieri coinvolgendoli con entusiasmo nei nostri laboratori e rendendoli partecipi delle nostre iniziative. Con mille sacrifici e con tanta passione abbiamo continuato a portare avanti quello che amiamo definire il nostro “Obiettivo Sicilia”, il nostro progetto “in itinere” incentrato sulle nostre uscite fotografiche in giro per la nostra isola. Progetto che con grande soddisfazione e fierezza abbiamo mostrato e presentato alla nostra città con un’esposizione delle nostre migliori fotografie. Certamente in tutto questo non dimentichiamo le persone, gli amici, i tanti sostenitori, le altre associazioni e le istituzioni che ci hanno fatto sentire la loro presenza. Cinque anni sono un piccolo traguardo, il nostro è anche un grande motivo di soddisfazione per chi non ha creduto in noi. Quest’anno l’anniversario è coinciso con la nostra ennesima “invasione” fotografica, la numero 24, a Nicosia in provincia di Enna.

 

15 Marzo 2019, concordiamo l’appuntamento alle prime luci del giorno, come di consueto. La giornata non sembra essere delle migliori per un’uscita fotografica. Confidiamo su qualche improvvisa e benevola variazione metereologica per godere qualche raggio di sole.

Raggiungere Nicosia con l’auto non fa che confermare quella che per noi, e non solo, è quasi una regola che ci ripetiamo in continuazione come un “mantra”: l’estrema necessità di esecuzione di lavori nelle strade, per ammodernarle e renderle quanto più sicure possibili. Lo sappiamo bene a cosa andiamo incontro, ma è la nostra inguaribile sete di conoscenza “mixata” ad una sana dose di follia che continua ad animare le nostre “invasioni”.

Lasciamo la nostra auto alle spalle di Piazza Garibaldi. Una bella piazza con la sua ottocentesca fontana in stile neoclassico, realizzata con blocchi di pietra locale, sullo sfondo il maestoso Palazzo Comunale, costruito tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800. Lateralmente alla piazza si trovano i Portici della Cattedrale, dedicata a San Nicola di Bari, opera di scultori di scuola gaginesca che lo realizzarono intorno al 1489-90, adoperando sei colonne in marmo ed archivolte in pietra arenaria. Interessante è la facciata della cattedrale che mostra una ricca ornamentazione romanica con aggiunte barocche. All’interno della Cattedrale, al di sopra dell’attuale volta in muratura si trova un meraviglioso soffitto ligneo a capriate interamente dipinto e che per motivi legati alla sospensione dei lavori di ristrutturazione è inaccessibile al pubblico in attesa di una sua prossima valorizzazione e fruizione. Purtroppo è un vero peccato che in Sicilia gioielli di questa straordinaria portata vengano “nascosti” per negligenza e incapacità.

Procediamo in direzione del Castello con la consapevolezza di dover affrontare scalinate senza fine. Infatti, Nicosia sorge sui poggi di quattro rupi su cui spiccano i ruderi del castello medievale. Ci avventuriamo nell’antico nucleo abitativo rupestre, fornito di pozzi con acqua di sorgente e piovana, collegato con la sommità da scalette ricavate nella roccia. La via per raggiungere l’antico borgo, adesso quasi abbandonato, è la famosa Discesa Caprai. Lungo la scalinata notiamo la chiesetta bizantina di Santa Nicolella, così chiamata in gergo nicosiano, è la più antica del paese, ovviamente dedicata a San Nicola. Da lontano con il suo imponente bastione del ponte e con l’arco a sesto acuto fiancheggiato da due torrioni, intravediamo la nostra meta: il Castello Normanno. Approfittiamo del panorama per scattare delle foto e per riprenderci dalla fatica. Guardando a valle scorgiamo e ammiriamo le tante chiese del paese, con i loro campanili e le severe absidi di epoca normanna.

Nicosia è la “città dei ventiquattro baroni”, cuore nevralgico di una Sicilia lontana nel tempo e che di quella presenza nobiliare ne porta ancora i segni nei magnifici palazzi, ma è anche la “città delle cento chiese”, di queste ne restano adesso quasi la metà e alcune di esse custodiscono opere importanti come quelle di Antonello Gagini, di Filippo Quattrocchi, di Pietro Novelli.

Dopo la doverosa pausa pranzo raggiungiamo la cima del colle del Santissimo Salvatore, sotto lo strapiombo Nicosia si mostra orgogliosa con tutto il suo fascino medievale. Quello stesso orgoglio e rispetto che i nicosiani nutrono verso il Beato Felice, al secolo Giacomo Amoroso, il religioso cappuccino che qui nacque, visse e morì.

Abbiamo il tempo di visitare la Basilica di Santa Maria Maggiore dove ammiriamo la monumentale Cona (polittico marmoreo) del 1511 di Antonello Gagini, il Crocifisso del Padre delle Misericordia realizzato, nei primi anni del ‘600, dal nicosiano Vincenzo Calamaro e la sedia di Carlo V.

Una breve sosta alla Chiesa di San Vincenzo Ferreri con gli incantevoli affreschi settecenteschi del fiammingo Guglielmo Borremans, caratterizzati da un angelo con la tromba con lo sguardo rivolto verso qualsiasi punto della chiesa in cui si ponga lo spettatore.

La classica foto di gruppo a ricordo di questa bella giornata e si riprende la strada del ritorno con la nostra mente già pronta alla prossima invasione.

Un abbraccio.

Rogika

Grammichele - Piazza Carlo Maria Carafa_Giovanni Russotti
Grammichele - Piazza Carlo Maria Carafa_Augusto Filistad
Caltagirone - Via Sant'Agostino_Rogika Roberto Mendolia
Grammichele - Largo Occhiolà - Meridiana_Alfio Barca

Invasione a: Grammichele e Caltagirone  

Noi di Taoclick, mantenendo sempre fede al nostro progetto che ci vuole “invasori” dei luoghi della nostra isola che raccontano la “storia”, quei luoghi che sono il ritratto della vita e della cultura siciliana, abbiamo questa volta puntato gli obiettivi delle nostre macchine fotografiche in direzione di “Grammiceli”.

“Magnus Michael” è l’antico nome dell’odierna Grammichele. La nuova città fu interamente rifondata e ricostruita nel piano di San Michele da Carlo Maria Carafa Branciforti principe di Butera e della Roccella, erede di uno dei più ingenti patrimoni feudali della Sicilia, tre mesi dopo il devastante terremoto dell’11 gennaio 1693 che distrusse completamente il borgo contadino di “Echetla”.

La caratteristica peculiare di Grammichele è la sua piazza centrale con pianta esagonale, di chiara ispirazione rinascimentale, disegnata dall’architetto Fra’ Michele da Ferla. La piazza, che ovviamente porta il nome del Principe, costituisce (insieme alla città fortificata di Palmanova in Friuli) un unicum in Italia. Da ogni lato dell’esagono si diramano le vie principali che dividono la città in sei sestieri. Nel magnifico scenario della piazza spiccano gli importanti monumenti cittadini come la Cattedrale del 1700, il Palazzo Comunale, la scultura bronzea dell’artista Paolo Guarrera che ritrae il principe Carlo Maria Carafa e al centro l’orologio solare più grande di tutta la Sicilia. Si tratta di una monumentale statua di bronzo dell’artista turco Murat Cura (il principe aveva concepito Grammichele come una città del sole realizzando nel centro della piazza principale una grande meridiana a forma di croce, rimossa nei primi decenni dell’800), che rappresenta un uomo inginocchiato simboleggiante il tempo, avvolto da una serie di cerchi che richiamano la sfera celeste e lo imprigionano inevitabilmente nel suo tempo. La scultura trasforma lo spazio urbano in un grande orologio solare e funge da elemento ordinatore del disegno della pavimentazione su cui sono riportati i simboli dello zodiaco.

Grammichele è anche conosciuta come la “Città delle Meridiane”, in onore del Principe Carlo Maria Carafa, appassionato di scienze astronomiche e di studi matematici, che si possono ammirare nelle varie piazze cittadine.

Decidiamo di soddisfare la nostra curiosità dirigendoci con l’auto al piccolo borgo medievale di “Occhiolà”, l’antica “Echetla”, menzionato dallo storico di Agira Diodoro Siculo. Ovviamente, come ci capita spesso nelle nostre “invasioni”, troviamo il cancello chiuso con un grosso lucchetto. Non ci scoraggiamo e non ci facciamo prendere dal nervosismo, sappiamo bene che per affrontare certi “malcostumi” oramai radicati, dobbiamo fare affidamento alla nostra perenne sete di conoscenza che si traduce con il famoso detto: “Chi fa da sé, fa per tre!”. Troviamo comunque il modo di entrare. Percorrere gli itinerari all’interno del parco è stato come fare un viaggio nel passato: le rovine medievali raccontano di un paese di contadini e pastori che vivevano in piccole case e che svolgevano le attività quotidiane sulla strada dove si spaccava la legna, si cucinava, si filava e si chiacchierava. Alcuni scavi successivi invece hanno ritrovato i resti della città del III secolo avanti Cristo, con un santuario dedicato alle divinità Demetra e Kore, testimoniato dalle statuette votive qui rinvenute. Del castello trecentesco invece restano le mura e il corpo centrale e una fantastica vista sulla valle dei Margi.

Da evidenziare inoltre, la bellissima iniziativa realizzata tra il Rotary Club sezione di Grammichele e la Fondazione Terravecchia, di un itinerario con dei pannelli informativi dotati di “QR Code” con la possibilità di visionare con un semplice “smartphone” dei filmati che ripercorrono in un racconto rievocativo, i luoghi e i fatti di “Occhiolà” al tempo del terremoto del 1693 e dei giorni successivi.

Trovo inaccettabile invece che i nostri tesori archeologici, il nostro patrimonio culturale sia in totale stato di abbandono, in condizioni di degrado. Fa male al cuore ogni volta incontrare enormi difficoltà nell’accedere alle chiese e ai monumenti della nostra isola. Non sono mai riuscito a capire di chi siano le “vere” competenze, né a comprendere come il denaro per “mantenerli” in questo misero stato venga letteralmente sperperato. Tutto questo è di una tristezza infinita.

Dopo il pranzo in un antico palmento, ci dirigiamo alla volta di Caltagirone, approfittiamo delle ultime ore di luce per una breve passeggiata su per i centoquarantadue gradini della scalinata di Santa Maria del Monte, una sosta lungo le vie ad ammirare la sfarzosa facciata, simile a un giardino verticale, di Casa Saleri, meglio nota con il nome di Palazzo della Magnolia e per ammirare incuriositi i ceramisti che creano delle opere d’arte di notevole pregio.

Quando il sole inizia a nascondersi dietro l’orizzonte si rientra a casa entusiasti di avere aggiunto un altro piccolo e nuovo tassello al nostro progetto “Obiettivo Sicilia”.

Un abbraccio a tutti

Rogika

Isnello - Masseria Aquileia_Anna Lea Steccanella
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Castelbuono - Piazza Castello_Lillo Laganà
Castelbuono_Marah Filistad

Invasione a: Castelbuono e Isnello 

Ore 7:45, Castelbuono.

Attraverso la porta a vetri del Bar Naselli, dove io e gli amici di “Taoclick” stiamo consumando la nostra colazione, osservo con curioso interesse Piazza Margherita con la sua fontana. E’ una bella fontana che poggia su un marciapiede-basamento ottagonale. La piazza ha invece una pianta pentagonale molto particolare dove le arcate della Matrice Vecchia e il Palazzo di Città (ex banca di Corte) con la sua Torre dell’Orologio, dotato di un meccanismo a pendolo di fine ’800 ancora oggi perfettamente funzionante, fanno da splendido scenario. Al rintocco della campana la piazza, come un dolce carillon senza tempo, inizia ad animarsi: gli anziani che passeggiano ritmicamente con il loro bastone, il rumore dei tacchi delle casalinghe frettolose con la sporta della spesa, l’allegro vociare dei bambini che si recano a scuola, le saracinesche delle botteghe che si alzano, piccoli capannelli di persone che spuntano come per magia agli angoli della piazza. Nasce un nuovo giorno, scandito dagli stessi ritmi da chissà quanto. Una giornata ordinaria come tante, ma che nelle pieghe della vita nasconde la sua straordinaria energia. E ti cresce dentro quella sensazione di appartenenza a una comunità, alla storia, con quell’orgoglio e con quella consapevolezza di far parte di un qualcosa di più grande, di un qualcosa che è iniziato tanti secoli prima di noi e che sappiamo bene continuerà anche quando noi non ci saremo più.

Decidiamo, in attesa dell’apertura del Museo Castello dei Ventimiglia, di sparpagliarci a vagabondare con le nostre macchine fotografiche per le vie del borgo. Le vie e i vicoli lastricati di sanpietrini, i tetti e i balconi con i panni stesi e le facciate dei monumenti di Castelbuono offrono molteplici spunti per chi ama la fotografia e allo stesso modo hai un’occasione forse irripetibile di approcciarti alla sua arte millenaria. Una delle meraviglie di questo paese nel cuore delle Madonie è la Cripta della Matrice Vecchia, dove le pareti del sotterraneo sono ricoperte di stupendi e incredibili affreschi medievali, rinascimentali e barocchi che riproducono la vita, passione, morte e resurrezione di Cristo. Esci dalla cripta, con l’illusione di sentirti addosso gli occhi scrutatori del Cristo Risorto che sembra osservarti da qualsiasi angolazione, e ti ritrovi dinnanzi, sull’altare maggiore della chiesa, un meraviglioso e luminoso Polittico del 1520, definito il più grandioso della Sicilia, che simboleggia il “poema della redenzione”, opera attribuita ad Antonio di Saliba, nipote del grande Antonello da Messina. Sono tra i primi, dopo aver attraversato la Porta Sant’Anna, a raggiungere Piazza Castello. Nell’attesa di ritrovarci tutti quanti mi distraggo osservando un simpatico asinello condotto da un operatore ecologico. Alle mie spalle sento il portone di una chiesa aprirsi, la Chiesa dell’Annunziata, e una suora molto simpatica mi invita ad entrare per visitarla. Le prometto di ritornarci insieme agli altri dopo la visita al Castello dei Ventimiglia. Entriamo. E quando credi di sapere quello che ti potrà accadere, cercando di prevedere ciò che i tuoi occhi andranno a osservare, puoi essere certo che nessuno al mondo sarà in grado di descriverti con parole semplici la maestosità e il trionfo barocco della Cappella Palatina di Sant’Anna, opera del “Magister Stuccator” per antonomasia, Giacomo Serpotta. Opera di “incontenibile vivacità”, dove la “scultura” con la esse maiuscola dà uno spettacolo impagabile, dove il cuore e l’anima raggiungono le più alte vette della emotività. E’ un miracolo, uno dei tanti che la nostra Sicilia è in grado di regalarci, così, come se niente fosse, come fosse una cosa semplicemente normale.

Suor Salvina, con il sorriso di chi ha dedicato la parte migliore della sua vita ai bisognosi, ci accoglie nella modesta e piccola Chiesa dell’Annunziata, raccontandoci dei mille e vani tentativi di trovare dei fondi per restaurarla. E’ piccina, delicata, raccolta nel parlare ma con quel forte carattere di chi ha deciso ancora di non arrendersi. Il sole sta per andare via dietro le colline e noi con le auto raggiungiamo il nostro hotel per riposarci. Dopo una doccia calda e rilassante ci ritroviamo al ristorante “A Rua Fera” per la cena. Attorno al tavolo, tra una pietanza ed un buon calice di rosso, ci raccontiamo le impressioni che il borgo ci ha regalato e parliamo della giornata appena trascorsa.

L’indomani dopo colazione riprendiamo le nostre auto e proseguiamo per Isnello. Nel breve tratto di strada che separa Castelbuono da Isnello, lungo la S.P. 9, accostiamo per fare delle interessanti foto alla Masseria Aquileia, un antico complesso rurale realizzato tra il XVII e il XIX secolo, un tempo utilizzato per la lavorazione e la produzione di olio di oliva.

Decidiamo, seguendo il consiglio del nostro “Vate” Alfio, di visitare il Gal Hassin, un Parco Astronomico d’importanza mondiale, il primo che nasce nel Sud Italia e che abbraccia l’intero Mediterraneo, inaugurato nel settembre del 2016. Ad accoglierci il Presidente della Fondazione Dott. Giuseppe Mogavero che ci presenta gli astronomi, la Dott.ssa Luciana Ziino e il Dott. Alessandro Nastasi, che con la loro simpatia e competenza ci hanno permesso di approfondire, soddisfare le nostre curiosità e toccare con mano quanto sia forte il legame tra il cielo, i suoi fenomeni e l’uomo.

Raggiungiamo l’abitato di Isnello quando il sole è già alto nel cielo. Il tempo di un panino e ci immergiamo nel centro storico del paese. Isnello, con i suoi circa 1600 abitanti, è di origini antichissime e si sviluppa intorno all’antico castello ormai ridotto a pochi ruderi. Il borgo ci ha sorpreso positivamente e ci ha fatto rivivere un’insolita e affascinate atmosfera di altri tempi. Con la guida della cortese Sig.ra Giuseppina Carollo, visitiamo la Chiesa Madre intitolata a San Nicola, che custodisce “la Deposizione”, un’interessante tela di Giuseppe Salerno, meglio conosciuto come lo “Zoppo di Gangi”, la Chiesa di San Michele con il notevole soffitto ligneo a cassettoni risalente al seicento e la Chiesa dell’Annunziata con il suo organo settecentesco dal prospetto in stile tardo rinascimentale, sono gioielli dal fascino discreto, gemme di una Sicilia quasi sconosciuta, oserei dire misteriosamente nascosta agli sguardi di chi non ha voglia di metterci il cuore, una Sicilia quasi invisibile e che sembra intimamente sottrarsi prudentemente agli occhi di coloro che l’hanno abbandonata, quasi fosse un modo tutto suo di difendersi con orgoglio dall’oblio.

 

Sulla via del ritorno, abbiamo il tempo per una breve sosta a Gibilmanna, dove visitiamo il famoso e celebre Santuario dedicato alla Santissima Vergine. Una volta entrati in chiesa a catturare la nostra attenzione è la cappella della Madonna. Qui campeggia un imponente altare barocco in marmi misti, realizzato nella seconda metà del XVII secolo, dal palermitano Baldassare Pampillonia su progetto di Paolo Amato. Pregevole e ben tenuta é l’interessante custodia lignea del 1710, realizzata dallo scultore Pietro Bencivinni da Polizzi Generosa.

In Sicilia sono tanti i luoghi che ci chiamano, che sembrano sussurrarci, anche se ci reclamano da molto lontano. Noi non ne conosciamo la vera ragione, ma prima ancora di averli visitati, sappiamo che seguendo il loro richiamo, quasi fosse una delicata carezza, ritroveremo un pezzo della nostra anima e l’orgoglio di essere parte di questa meravigliosa isola.

Noi di Taoclick ci siamo stati, ci siamo, continueremo ad esserci.

Un abbraccio

Rogika

Canicattini Bagni - Ponte S. Alfano_Fulvio Lo Giudice
Palazzolo Acreide - Cimitero Monumentale_Ernesto De Luna
Palazzolo Acreide - Cimitero Monumentale_Rogika Roberto Mendolia
Palazzolo Acreide - Akrai - Strada principale con pavimentazione lavica_Giovanni Russotti
Palazzolo Acreide - Quartiere Castelvecchio_Anna Lea Steccanella
Palazzolo Acreide - Mensole di un balcone_Francesco D'Arrigo
Palazzolo Acreide - Sagrestia Chiesa Madre - Casserizzo ligneo del 1760 (particolare)_Alfio Barca
Palazzolo Acreide - Corso Vittorio Emanuele III_Rocco Bertè

Invasione a: Palazzolo Acreide 

Nell'entroterra siracusano sui monti Iblei a circa 150 km da Taormina, si trova la città barocca di Palazzolo Acreide.
La mattina dell’ultimo giorno d’estate o, se preferite, la vigilia del primo giorno d’autunno, ci accingiamo a caricare nel portabagagli delle nostre auto le macchine fotografiche con tutto l’armamentario di obiettivi, stativi, filtri e batterie, e come sempre, in anticipo sul sorgere del sole, ci avventuriamo con rinnovato entusiasmo, dopo la pausa estiva, a “invadere” l'antica Akrai.
Al gruppo “storico” o forse “stoico” di Taoclick si aggiunge stavolta, oltre a Rocco e Anna Lea anche la “new entry” Francesco, per gli amici “Ciccio”. Dopo la sosta “acqua & caffè” delle 7:00 presso l’area di servizio San Demetrio, sull’autostrada CT-SR, ci dirigiamo verso il Ponte di Sant’Alfano a Canicattini Bagni (l’ennesima sorpresa del nostro Vate Alfio!!). Uno dei monumenti più importanti del paese dell’aretuseo dove, Pietro Landolina, divenuto Barone di Sant’Alfano nel 1781 (e che dopo, nel 1800, divenne Marchese), per migliorare la via di comunicazione tra il suo feudo ed il comune di Canicattini, fece costruire questo ponte. Il Barone di Sant’Alfano decise di farlo a proprie spese. I lavori durarono cinque anni dal 1791 al 1796. Il ponte congiunge il territorio di Canicattini con l'ex feudo Sant’Alfano. La particolarità di questo ponte monumentale risiede nella presenza di un grande arco alla fine del ponte, dove trovano posto due statue ormai logore che portano in mano rispettivamente un pane e un fiasco di vino. Una leggenda vuole che le due statue rappresentino due personaggi dai nomi di “Currarinu” e “Calamaru”, due campieri divisi da profondo odio e rivalità, i quali un giorno si dettero appuntamento sul ponte per sfidarsi. Il duello condusse loro ad uccidersi a vicenda.
Tra prese in giro e qualche battuta goliardica, proseguiamo in direzione dell’area archeologica di Akrai. Una delle zone più suggestive di Palazzolo Acreide, perché racconta la sua storia, le sue radici greche, e oggi è un luogo di cultura. La parte più importante della zona archeologica di Akrai è il suo teatro greco, definito anche “Teatro del cielo”, per l’incredibile impatto visivo che suscita nel visitatore, Akrai è un autentico “gioiello di pietra” con la presenza di numerosi ipogei e sepolture di età cristiana ed un continuo succedersi di nicchie votive e tombe di varie epoche.
L’avvicinamento a Palazzolo Acreide prevede la visita al Cimitero Monumentale. Elegante esempio di testimonianze di una fiorente architettura “Liberty”, quello che viene definito il “gioiello di pietra bianca” creato dalle maestranze locali, che con la loro sublime arte sono riusciti “a fermare nel palpito vitale della pietra lo sconfinato silenzio che incombe quando un punto d’ombra distrugge le nostre vite”.
Troviamo parcheggio nelle vicinanze della Chiesa Madre, il tempo di organizzarci e ognuno di noi con le proprie reflex al collo si avvia per le strade e i vicoli del paese. Chi segue il proprio istinto, chi cerca conferme alle letture fatte, chi si inebria con gli occhi e chi desidera perdersi senza meta alla ricerca di quella Sicilia autentica tra le quinte scenografiche, andando per quartieri.
Palazzolo Acreide è un singolare tassello del mosaico degli otto comuni del Val di Noto posti sotto la tutela dell’UNESCO, è un eccezionale valore aggiunto, con le splendide facciate di chiese che tra scalinate, ricche decorazioni scultoree, arcate, capitelli, altari e colonne tortili regalano indimenticabili emozioni ed esperienze straordinarie a chi si addentra nella magia del barocco e della sua luce. L’architettura barocca di Palazzolo Acreide è la testimonianza visiva della esuberante genialità di quelle maestranze locali ai più sconosciute e che corrispondono ai nomi di Gibilisco, Storaci, Giuliano, Calleri, Greco, Buccheri e tanti altri e dei quali la loro storia non è ancora stata ben indagata. Maestranze che, dopo la terribile esperienza del terremoto del 1693, si impegnarono con amore e dedizione alla ricostruzione di questo inestimabile gioiello del Val di Noto. E per avere una ulteriore conferma e testimonianze concrete dell’opera degli scalpellini di un tempo, di chi attraverso l’arte della lavorazione della pietra ha realizzato tanti capolavori, basta percorrere le strade di Palazzolo con il naso all’insù, alla scoperta di ulteriori meraviglie del barocco: balconi, con mascheroni e mensole con animali e figure antropomorfe, putti e strani mostri.
Ogni pietra parla, ogni pietra racconta storia e storie.
Qui il tempo sembra essersi fermato. L'arte e le tradizioni, l'ambiente e le persone che lo vivono sono strette da un legame forte, indivisibile. Questi vicoli, queste strade, queste piazze custodiscono perle preziose di inestimabile valore.
Non poteva mancare la visita alla “Casa Museo Antonino Uccello” fondata dal famoso poeta e antropologo. Amico intimo di Vincenzo Consolo, straordinario giornalista e scrittore sui generis, che così ne parla nei racconti saggistici de “L’olivo e l’olivastro”, edito nel 1994: “Si chiamava Antonino Uccello. Questo delicato poeta aveva messo su, a Palazzolo Acreide, una casa-museo. Vi aveva sistemato tutti gli oggetti della civiltà contadina siciliana. E aveva ottenuto che tutti i visitatori, venissero dall'Australia o dagli Stati Uniti, dalla Germania o dalla Cina, ritrovassero là dentro un loro sogno, una loro infanzia, l'illusione di una vita piena”.
Noi di Taoclick, nel nostro piccolo, (siamo consapevoli e anche ben felici che tanti altri stiano portando avanti un progetto simile al nostro), riteniamo che “custodire la memoria” sia, con le nostre fotografie e i nostri racconti, un legame imprescindibile per sentirci ancorati alla nostra isola. Lo portiamo avanti da diversi anni, con piccoli sacrifici e tante grandi soddisfazioni, in quanto il nostro umile e semplice desiderio è quello di lasciare delle “tracce” a chi viene dopo di noi.
Mi piace chiudere questo mio breve commento a corredo della nostra invasione con un brano tratto da “Le pietre di Pantalica” del 1988 di Vincenzo Consolo: “Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all'interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta di addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca”.
Un abbraccio a tutti.
RGK

Catacombe Cristiane - Grotta delle Meraviglie_Ernesto De Luna
Sagrestia della Chiesa di San Francesco_Alfio Barca
Castello_Giovanni Russotti
Via Porta Vecchia_Rogika Roberto Mendolia
Gli Invasori

Invasione a: Naro 

Naro la Fulgentissima, così chiamata da Federico II di Svevia che la annoverò fra le 23 Parlamentarie del Regno di Sicilia, è stata la tappa della nostra ultima invasione.

Naro è uno di quei gioielli della nostra isola sconosciuta ai più, ma ricchissima di storia e testimonianze archeologiche di assoluto valore, come testimonia il suo passato affascinante e denso di vicende e accadimenti.

La nostra partenza da Taormina coincide con il sorgere del sole all’orizzonte. Dopo diversi giorni con un meteo bizzarro e capriccioso, la giornata sembra prospettarsi sgombra da nuvole e piena di luce. Due ore e mezzo abbondanti di viaggio in auto, comprensive della sosta caffè, rallentato anche dai perenni lavori sulla nostra rete viaria, lavori per i quali la Sicilia detiene uno dei suoi migliori primati senza alcuna intenzione di voler abdicare dal podio più alto, e raggiungiamo il complesso Catacombale Paleocristiano di contrada Canale. Il sito si trova nella zona sud-est del centro abitato di Naro e ai nostri occhi si presentano numerose tombe a sepoltura singola o doppia scavate nelle rocce e risalenti tra il IV e il VI secolo d.C.

Il luogo era conosciuto fino al 1875 come la “Grotta delle Meraviglie”, successivamente fu chiamata con il termine corretto di “catacomba cristiana” dall’archeologo palermitano Francesco Saverio Cavallari. Le tombe sono collocate in diversi punti del complesso e la zona si presenta quasi inaccessibile piena di sterpaglie e di altri ingombri, e si ha la sensazione che questa incuria sembra voler nascondere se non addirittura azzerare la bellezza di questo luogo.

In molte zone della nostra isola è così, questa trasandatezza e, soprattutto, negligenza la fa da padrona. Siamo furbescamente abili nell’applicare questo tipico atteggiamento e nel voler dare della Sicilia un’immagine del tutto opposta e distorta delle nostre ricchezze artistiche. Tra agavi giganti, alberi di ulivo, di mandorlo e enormi alberi di fico ci apprestiamo a raggiungere la nostra auto e proseguire verso Naro. Troviamo un parcheggio nella strada prospiciente la chiesa di Sant’Agostino. La pregevole facciata della chiesa ci da il benvenuto con la sua luce barocca e si svela con orgoglio e generosità. Chiediamo invano informazioni per poter accedere all’interno della chiesa e ci sentiamo rispondere che al momento non è accessibile. La Sicilia purtroppo è anche questa, i nostri beni culturali, i nostri tesori che dovrebbero essere il fiore all’occhiello e fonte di ricchezza dell’isola, fanno acqua da tutte le parti. E’ una sgradevole sensazione! Mi monta la rabbia dentro come se dovessi esplodere da un momento all’altro. Da decenni niente è stato fatto per risolvere questa situazione e nessuna prospettiva, nessuna soluzione sembra ravvisarsi per questa terra che potrebbe e dovrebbe vivere solo di turismo per 365 giorni all’anno. Addirittura chi ci governa continua a snobbare completamente tutto questo. Una regione, la Sicilia, che detiene siti storici ed artistici che rappresentano il 30% dell’intero patrimonio culturale di tutto il nostro “bello stivale”, riesce ad attrarre solamente l’8% dei visitatori. Eppure in Sicilia, dati alla mano, ci sono oltre 2000 custodi e oltre centinaia di cooperative che orbitano attorno ai beni culturali, di chi è allora la colpa di questo degrado, di questo incredibile spreco di denaro?

Dopo alcuni scatti riprendiamo la nostra invasione e ci incamminiamo lungo la via Dante. La “fortuna” ci viene incontro e si presenta nelle fattezze del Signor Pino, che incontriamo all’interno della Chiesa Madre dell’Annunziata, il quale ci accoglie con gentilezza e molto garbo, illustrandoci alcune opere che si trovano all’interno, tra le quali un’interessante statua in marmo della Madonna della Catena, opera iniziata nel 1534 da Antonello Gagini, poi completata dal figlio Giacomo nel 1543. Dopo aver visitato la sagrestia-refettorio abbellito da un ricco “Cascerizzo” settecentesco, raggiungiamo la Chiesa di Santa Caterina, un fine gioiello di stile gotico-normanno edificata da Matteo Chiaramonte conte di Modica e signore di Naro intorno al XIV secolo. Un recente intervento di rifacimento del pavimento ha riportato alla luce un’importante cripta, nella quale sono visibili le sedie-scolatoio lungo le pareti e la fossa centrale destinata alla sepoltura. Molto belle le due statue lignee delle absidi laterali, raffiguranti una Santa Barbara e l’altra Santa Caterina, da attribuire alla scuola gaginesca.

All’uscita dalla chiesa, lungo la via Vittorio Emanuele, il Signor Pino con orgoglio narese ci presenta il giovane tenore de “Il Volo”, Piero Barone e mentre noi scambiamo due parole con lui, il presidente Ernesto colpito da momentanea sindrome da selfie-mania, decide di immortalare l’incontro con uno scatto per i posteri, non si sa mai! Alla fine della via Vittorio Emanuele, la Chiesa di San Francesco caratterizzata dalla maestosa facciata ricca di elementi tipici barocchi, con il grande portale fiancheggiato da coppie di cariatidi, si offre severa e spontanea alla nostra vista. Visitiamo la monumentale sacrestia con opere di importante valore storico, con i suoi armadi di legno di noce scolpito realizzati da maestranze trapanesi che operarono a Naro e con stipiti ornati da decine di statue lignee che rappresentano la vita di Cristo.

Il Signor Pino prima di accomiatarsi da noi ci dice con fierezza, giocando con le parole che: “Naro è la Noto poco nota”, al che percepiamo un leggero senso d’impotenza e ci rendiamo conto con rammarico di quanto questa città, con il suo prestigioso barocco e le importanti testimonianze artistiche possa essere tranquillamente collocata tra le più interessanti città barocche dell'isola. Dopo il pranzo alla trattoria “La Lanterna”, per provare a digerire affrontiamo una scalinata di 209 gradini che partono dalla Via Dante per raggiungere il Duomo Normanno situato sulla sommità di una collina. Venne edificato ad opera di Ruggero D'Altavilla poco dopo la conquista normanna di Naro avvenuta nel 1086. Purtroppo il Duomo è stato fortemente destabilizzato da un evento franoso che colpì il centro abitato nel febbraio 2005 ed è attualmente puntellato e non fruibile al pubblico. A due minuti a piedi dal Duomo Normanno si trova il Castello Chiaramontano. Tramite una scala interna saliamo sulla terrazza della torre quadrata dalla quale si ha la possibilità di ammirare uno dei panorami più incantevoli della Sicilia. Prima di riprendere la via del ritorno, non potevamo non dedicare una visita al santo dalla pelle nera, il santo eremita San Calogero, che viene venerato in tanti paesi della Sicilia (Aragona, Sciacca, Porto Empedocle, Agrigento, Frazzanò, San Salvatore di Fitalia, Cesarò, Petralia Sottana, Casteltermini, Caltavuturo, Campofranco, Mussomeli, Milena) e la tradizione vuole che abbia dimorato a Naro per buona parte della sua vita, al punto che a testimonianza di ciò il santuario a lui dedicato venne costruito proprio sopra la grotta in cui visse.

Vi sono ancora le luminarie e i festoni per le strade, anche se la festa del santo è finita da diversi giorni le persone continuano a manifestare la propria fede recandosi in chiesa. Un gruppetto di anziani seduti nelle panchine parlano tra di loro, ragazzi si avvicinano al furgoncino dei gelati, gesticolano, sorridono e scherzano ad alta voce. All’angolo della strada vicino alla fontana una coppia in abito da cerimonia si stringe forte la mano come se qualcuno potesse rubare loro la felicità, in piazza Roma oramai svuotata, le giostre e i giochi vengono smontati, io sto li ad osservarli in controluce provando a giocare con il sole e ad ascoltare gli ultimi frammenti di una giornata davvero piacevole. Un colpo di clacson mi riporta alla realtà, un “beep” di poesia pura accompagnato da versi lirici di grande fascino: “Rogika, arricogghiti ca avemu a girari a casa!”

 

Leonforte - Granfonte o Fontana dei 24 Cannoli_Giovanni Russotti
Leonforte - Granfonte o Fontana dei 24 Cannoli_Lillo Laganà
Leonforte - Preparazione delle Cuddure di San Giuseppe_Rocco Bertè
Assoro - Chiesa di Santa Maria degli Angeli_Fulvio Lo Giudice
Gli Invasori 2

Invasione a: Leonforte E Assoro 

La breve sosta a Leonforte è stata un incantevole incontro con la storia secolare del paese: ‘u traficu pp’abbirsari l’artaru da dedicare a San Giuseppe. Il caso, la fortuna, la circostanza, un coppu ‘i c… (chiamatelo come volete!) di fermarci a prendere un cornetto e un caffè in piazza Carella, ha fatto in modo che ci imbattessimo a chiacchierare, come di solito facciamo, con un gentile signore del luogo, il quale tra un discorso e l’altro ci chiede se siamo interessati a fare delle foto ai preparativi ed agli allestimenti di una “tavolata” di San Giuseppe. Ovviamente non ci lasciamo sfuggire questa inaspettata e gradita occasione. Le famiglie che si apprestano, “per voto”, a preparare questa tavolata, occupano una stanza della loro abitazione, dove approntano un grande baldacchino di veli bianchi e dove spicca l’immagine di San Giuseppe o della Sacra Famiglia. Il nostro “artaru” si trova al primo piano di una casa in via Venticinque, casa che si trasforma per l’occasione in una piccola chiesa. Al piano terra, tra garage e scantinati, vi è invece “ ‘u traficu” delle donne che si riuniscono per mondare e cucinare come sacerdotesse devote. Mani esperte ripuliscono cardi e tagliuzzano finocchietti, che verranno poi impastati con acqua, farina, mandorle e frutta secca. Ogni cibo racconta una straordinaria tradizione che si tramanda da secoli. Prima di andarcene e riprendere la nostra strada, veniamo invitati a prendere un caffè che ci viene offerto accompagnato da un dolce fatto in casa. Abbiamo trascorso momenti di grande umanità e gentilezza, gli stessi che abbiamo trovato in un panificio all’angolo di Piazza Margherita, dove donne di tutte le età lavoravano il pane per le famose “cuddure” che avrebbero addobbato l’artaru. Proseguiamo verso la Granfonte, per i leonfortesi “Vintiquattru Cannola”, una fontana monumentale in stile rinascimentale-barocco fatta costruire dal Principe Branciforti sui resti di una antica fontana araba, dove un gruppo di donne che cantano, è intento al lavaggio dei cardi raccolti per l’occasione. Il tempo di scambiare due chiacchiere e di ammirare il forte senso di comunità che il paese di Leonforte ci ha trasmesso con semplici gesti e forte attaccamento alla memoria del passato. Proseguiamo verso Assoro, con la promessa fatta a noi stessi di ritornare in momenti futuri nel paese del leone rampante.

Assoro è un’antichissima cittadina, crocevia di numerosi e antichi popoli, che con i suoi 900 metri di altezza domina la Valle del Dittaino, si presenta ai nostri occhi con il garbo di un signore di altri tempi così come la nostra guida, il Signor Salvatore La Biunda, responsabile dei servizi turistici del Comune, che ci accoglie con cordialità e ci introduce per le vie del paese. La nostra meta principale è la Basilica di San Leone in via Crisa (dal nome del Dio Chrysas venerato dagli agricoltori della zona e da cui prende il nome il fiume che scorre nei pressi del paese), dichiarata, nel 1933, Monumento Nazionale per la sua bellezza artistica. Costruita nel 1186 per volontà di Guglielmo II il Buono, venne donata alla zia Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II e sposa di Enrico VI, a sua volta figlio di Federico Barbarossa, si articola a tre navate disposte a croce latina. Appena varcato il portone d’ingresso siamo stati investiti dall’immane bellezza artistica e architettonica del suo interno. Gli stucchi, gli affreschi, i marmi, il soffitto ligneo originale del 1490, fanno della Basilica di San Leone uno stupendo spaccato della storia dell’architettura e dell’arte sacra siciliana. Una delle basiliche più belle da me visitate nel cuore della Sicilia, chi la vede rimane estasiato e ogni angolo diventa nutrimento per i propri occhi. Un capolavoro dell’arte non adeguatamente inserito negli itinerari turistici e culturali regionali, che merita la massima diffusione per chi ha veramente a cuore le sorti della nostra isola. Anche la visita alla Chiesa di Maria SS. degli Angeli è stata davvero interessante. Alla chiesa si accede attraverso una monumentale scalinata dove al centro si erge una croce in pietra. All'interno si possono ammirare splendidi affreschi in stile barocco. L’ardua salita al Castello di Valguarnera, situato nella sommità del Monte Stella, è stata premiata da una spettacolare vista del meraviglioso paesaggio.

Nota personale:

La Sicilia è tra le regioni d’Italia con il maggior numero di siti riconosciuti nel patrimonio UNESCO, e meta ambita del turismo. Secondo l’Osservatorio turistico nei primi sei mesi del 2017 si è registrato un incremento del 20 per cento di arrivi rispetto all’anno precedente. Nonostante l’aumento del turismo, la bellezza del patrimonio culturale siciliano è offuscata dal degrado, dall’incuria, dall’abusivismo e dalla strafottenza. In Sicilia ci sono siti di una bellezza incredibile che non sono assolutamente valorizzati, molti addirittura sono in uno stato pessimo. C’è l’assoluto bisogno di ripristinare i nostri gioielli architettonici che tutto il mondo ci invidia anche con l’aiuto della tecnologia, paradossalmente i nostri patrimoni UNESCO sono pari a sette e sono in numero eguale a quello di una nazione, l’Egitto, considerata una delle mete del turismo internazionale. Un patrimonio forse poco sfruttato, che potrebbe consentire alla nostra regione di vivere di turismo per 365 giorni all’anno con tutte le attività legate a questo settore e le opportunità di lavoro che ne potrebbero derivare. Di chi è la colpa? Forse anche di noi siciliani che stiamo iniziando a disamorarci della nostra terra ed ad odiare la stessa aria che respiriamo? O forse di una incapace classe politica e di una squallida classe dirigente, di qualsiasi colore indistintamente, che tutto può e pretende di fare e disfare, ma che non merita assolutamente di poggiare i propri piedi in questa terra baciata da Dio?

Un abbraccio a tutti

Rogika

Verso Mussomeli_Lillo Laganà
Mussomeli - Castello Manfredonico_Annalea Steccanella
Mussomeli - Castello Manfredonico_Luisa Barca
Sutera - Chiesa Maria Santissima del Carmelo_Augusto Filistad
Verso Mussomeli_Giovanni Russotti
Invasione a: Mussomeli e Sutera

I “giorni della merla” sono ai più conosciuti per essere considerati i giorni più freddi dell’anno. Per noi di “Taoclick” gli ultimi due giorni di gennaio sono invece i giorni della nostra seconda “invasione” del 2018.

Vittime predestinate, eufemisticamente parlando, della nostra invasione sono questa volta i paesi di Mussomeli e Sutera nel nisseno.

Canonica partenza alle solite ore 5:30 del mattino con doppia quota rosa!!

Luisa e Anna Lea decidono di essere dei nostri in questa nuova avventura sulle tracce dei “Chiaramonte”.

Il nostro itinerario intende ripercorrere la storia della potente famiglia dei “Chiaramonte” giunta in Sicilia agli inizi dell’XI secolo e divenuta potentissima nel XIII, seguendo le tracce lungo l’asse Mussomeli - Sutera, e che diventeranno pretesto per raccontare l’ambiente e la storia di questi luoghi affascinanti e ricchi di curiosità.

Ad est del fiume Platani, la nostra prima tappa alle prime luci del giorno è con uno dei castelli più affascinanti, ricchi e articolati della intera provincia nissena e forse dell’intera Sicilia: il Castello “Chiaramontano”, definito anche “Nido dell’aquila” per la sua posizione arroccata e incastonata su di una rupe calcarea e fuso in un tutt’uno con essa. Il castello, fondato da Manfredi III Chiaramonte, presenta una architettura medievale caratterizzata da volte a crociera e bifore che si affacciano sulla doppia fascia di mura e sullo strapiombo di sud-est, dal quale, secondo una antica leggenda, venivano gettati i condannati a morte.

Si riprende il viaggio alla volta di Mussomeli, antico feudo dei Lanza Principi di Trabia. Paese con un centro storico di chiara origine medievale, con bellissime chiese, spicca tra le tante la chiesa della Madonna dei Miracoli, una costruzione barocca che risale alla metà del settecento, e con il Palazzo Trabia, palazzo ricostruito attorno alla metà del XVII secolo, in forme più maestose, da Don Giuseppe Lanza.

Piccola pausa pranzo con un semplice panino e poi ci separiamo ognuno con la propria macchina fotografica alla ricerca di angoli caratteristici del paese. Mussomeli ci appare dal basso impenetrabile, e ci vediamo quasi costretti a volgere lo sguardo verso l’alto alla ricerca di interessanti inquadrature. Tra i vicoli, il paese ci svela per intero le preziosità architettoniche appena intuite dall’esterno: la cinquecentesca Torre dell’Orologio voluta da Don Cesare Lanza, la Chiesa Madre di San Ludovico, la Parrocchia di San Giovanni Battista e tante altre chiese o monumenti, tutti censiti con il classico Q Code che ci permette di visitarne anche gli interni attraverso una “app” del nostro smartphone.

Al calar della sera ci ritroviamo nel nostro agriturismo e dopo una bella doccia calda ci accingiamo a consumare la nostra meritata cena. Tra pietanze e del buon vino parliamo della giornata trascorsa, dei nostri scatti e delle impressioni che abbiamo avuto del paese. Il tutto tra battute, scherzi e sorrisi, un gruppo di amici uniti dalla sana passione per la fotografia.

La mattina, dopo la colazione, proseguiamo lungo la provinciale di collegamento che ci porta verso il borgo di Sutera, distante circa venti minuti di strada. Ci fermiamo a circa un chilometro dal centro abitato per una interessante sosta al Pizzo San Marco, dove sorge un piccolo oratorio rupestre le cui pareti custodiscono un affresco policromo di stile bizantino, suddiviso in tre pannelli: il pannello centrale riproduce Gesù in mezzo alla Madonna e a San Paolino, sovrapposto ad un’altra figura. Nel pannello di destra sono raffigurati San Luca e San Marco e in quello di sinistra San Matteo e San Giovanni.

Arriviamo a Sutera, borgo selezionato nel club dei più bei Borghi d’Italia, dove veniamo accolti con cortesia e disponibilità all’Ufficio Turistico del paese. Il nostro desiderio era quello di poter raggiungere il Santuario diocesano San Paolino sull’omonimo monte. Con nostra sorpresa ci accontentano e veniamo condotti su, sul “balcone” della Sicilia, con i suoi 823 metri di altitudine, dalla cortesia, professionalità e competenza dall’assessore Signor Nino Pardi.

Dal cortile prospiciente il santuario, uno spettacolo incredibile si presenta ai nostri occhi: da quassù è possibile scorgere ben 22 comuni, le cime delle Madonie e persino l’Etna!! Un luogo che ti fa innamorare ancora di più di questa terra piena di luce e di contrasti. Purtroppo questa bellezza è stata deturpata da uno degli "ecomostri" più brutti d'Italia, una sorta di enorme "blatta" verde (per evitare di usare termini ancora più volgari) che deturpa orribilmente il monte San Paolino. L'opera, che doveva servire per portare i turisti al monastero, costruito con i fondi della comunità europea non è entrato mai in funzione. Una pecca “assurda” questa per il sorridente borgo di Sutera che le ha fatto perdere la prestigiosa bandiera arancione del Touring Club Italiano.

Nel primo pomeriggio, salutiamo con simpatia l’assessore e ci inoltriamo nell’antico quartiere arabo del Rabato. Case arroccate, vicoli geometricamente baciati dal sole, strette stradine intersecate tra loro e tetti di coppi siciliani, si offrono ai nostri occhi tra scorci suggestivi e antiche finestre. Percorriamo a ritroso il borgo tra i quartieri di Rabatello e Giardinello per ritrovarci a Piazza Sant’Agata. Il sole è già andato via, le luci dei lampioni si accendono silenziosamente, piccoli gruppi di persone sostano nella piazza a parlare della giornata appena trascorsa, noi stanchi riponiamo i nostri zaini nel bagagliaio delle nostre auto e riprendiamo la via del ritorno con il cuore stracolmo di belle e stupende sensazioni.

 

“Non invidio a Dio il Paradiso, perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia” (Federico II di Svevia 1194-1250).

 

Un abbraccio a tutti

RGK

Gli ... Invasori
Buccheri_Alfio Barca
Buccheri_Ernesto De Luna
INVASIONE A Buscemi - Buccheri - Ferla

Quando il tempo si fa duro, i duri cominciano a scattare!
Potrebbe essere stato questo il motto che ha contraddistinto la nostra ultima invasione.
Partenza alle fatidiche ore 6:00 del mattino con una leggera pioggerellina, le condizioni meteo non promettevano nulla di buono e non erano esattamente le migliori per “dar fuoco a qualcosa”.
Ma avevamo la voglia di dare uno “strappo” alla lunga e sonnolenta routine invernale, si decide quindi di intraprendere il viaggio anche con la speranza che il tempo possa volgere al meglio durante la giornata.
Buscemi ci dà il benvenuto con una temperatura pungente ed una forte umidità. Dopo esserci momentaneamente riscaldati al bar con un caffè e un cornetto iniziamo a visitare il paese.
Qualcuno per proteggere la propria macchina fotografica si affida all’ausilio di un sacchetto di plastica, qualcun altro la tiene riparata sotto il giubbotto per poi scattare al riparo di qualche androne o sotto un balcone, altri restano e si accontentano di ammirare le chiese e i monumenti barocchi al calduccio dell’auto. Nella tarda mattina il sole si decide a fare un timido capolino tra le nuvole e noi ne approfittiamo per intraprendere l’itinerario etno-antropologico: “I luoghi del lavoro contadino”. Itinerario che dà a Buscemi la definizione di “paese-museo” e che coinvolge tutto il paese. ‘A putia du firraru, ‘a casa du massaru, ‘a casa du jurnataru, ‘a putia du falignami, ‘a putia du scarparu, ‘u palmentu sono la testimonianza diretta della vita e del mondo del lavoro dei buscemesi e ci hanno permesso di rivivere e riscoprire un passato oramai sepolto e del tutto dimenticato.
Per placare il brontolio del nostro stomaco decidiamo di raggiungere Buccheri, dove in una viuzza del centro storico, ricavato in un antico ed affascinante edificio in pietra, un misto di architettura medioevale e barocca, si trova l’Osteria ‘U Locale, dei fratelli Giuseppe e Sebastiano Formica, là dove le ricette recuperano i sapori dell’antica tradizione contadina. Un presidio culturale! Perché il cibo è cultura.
Tra architetture e scene barocche visitiamo nel pomeriggio Ferla. Attraversiamo con le nostre reflex al collo la via principale del paese, sulla quale si affacciano come eleganti dame d’altri tempi, le chiese con i loro “abiti” settecenteschi. Raggiungiamo la Chiesa di San Sebastiano, patrono del paese, ricostruita dopo il terremoto che distrusse molti monumenti della Val di Noto. L’imponente facciata dell’edificio sacro, i cui sontuosi gruppi scultorei la elevano come uno dei massimi esempi della ricostruzione post-terremoto, simbolo, secondo la mia personale opinione, di quella tenacia e caparbietà che contraddistingue il popolo siciliano capace sempre di risollevarsi di fronte alle continue avversità che si sono presentate nel corso dei secoli.

Un affettuoso abbraccio
RGK

Caltabellotta_Fulvio Lo Giudice
Burgio_I caratteristici Canaloni colorati e smaltati_Luisa Barca
Caltabellotta-Eremo San Pellegrino_Lillo Laganà
INVASIONE A Caltabellotta e Burgio - 23 e 24 novembre 2017

Tutto comincia alle 5:00 del mattino, un po’ assonnacchiati, un po’ eccitati. Maciniamo chilometri, intervallati da qualche intermezzo fotografico e dalla rigorosa pausa colazione. Diversi e magnifici panorami scorrono davanti ai nostri occhi, dalla maestosità in lontananza della Valle dei Templi, alle piccole e caratteristiche cittadine come Siculiana, ed infine eccola, scorgiamo la nostra meta: Caltabellotta. Presi dall’euforia dopo quattro ore e mezza di viaggio, decidiamo di brindare con un po’ di vino di casa per poi rimetterci subito in viaggio verso la vetta. Lungo il percorso abbiamo modo di osservare le Necropoli Sicane, 22 tombe a grotticella di origine preistorica. Subito ha inizio la nostra avventura per le strade del piccolo borgo sicano, tra vicoli caratteristici, palazzi nobiliari diroccati, la Chiesa Madrice e il Castello del Conte Luna, che domina su tutto il paese, un luogo emozionante che offre dal punto di vista paesaggistico una visuale mozzafiato da quota 949 metri s.l.m. Grazie al Signor Michele Colletti, vicepresidente della Pro Loco abbiamo avuto modo di scoprire le meraviglie nascoste della piccola chiesetta rupestre della Pietà, di altre necropoli sicane sotto la chiesetta (oggi museo del contadino e del pastore) e del “sinistro” Eremo di San Pellegrino in mezzo alla nebbia. In quest’ultimo sito ci siamo resi conto di come tutto il mondo è paese: precarietà, noncuranza del patrimonio artistico e storico-culturale, negligenza da parte di amministrazione e soprintendenza. Abbiamo potuto osservare come l’eremo, in restauro, sia stato deturpato e imbruttito da una costruzione in cemento armato che stona visibilmente con l’estetica della struttura, di come le scalinate siano ostiche e di come persino un capitello non abbia avuto la sua giusta collocazione. Tra la nebbia, riflettiamo sull’importanza di curare e restaurare secondo lo stile architettonico l’opera, monumento che contribuisce al patrimonio culturale di un paese e di una popolazione. L’altra tappa di questa “Invasione”, Burgio, offre ben altri spunti di riflessione: dal Museo delle mummie al cimitero, dalla lavorazione delle ceramiche con un museo tenuto egregiamente, alla produzione di campane nell’antica fonderia (sin dal 1500), Virgadamo. Dove un gentilissimo Signor Luigi Mulè Cascio, genero dell’ultimo Virgadamo, ci illustra tutte le fasi delle lavorazioni per la costruzione delle stesse. Ceramiche e campane, due dei grandi vanti del paese. Camminiamo tra le vie del paese, percorrendo la “Via Crucis” con le sue 14 stazioni, attraverso vicoli suggestivi, ridenti vecchietti con cui intrattenersi in una piacevole chiacchierata e che ci scambiano per giornalisti. Una sorpresa inaspettata e non programmata, ma che si rivela affascinante ed impreziosisce la giornata: un presepe totalmente realizzato in terracotta che riproduce nei minimi dettagli una Burgio dei tempi antichi a cura dal Signor Paolo Pendola, che ci ha spiegato minuziosamente il progetto e la realizzazione dell’opera. Scomponibile in otto pezzi che dovrebbero essere esposti per la prima volta nel periodo natalizio di quest’anno. L’Invasione si chiude con la visita al laboratorio di ceramiche “Caravella”, maestri ceramisti dal 1857, cinque generazioni, dove nonno Giuseppe e la giovane nipote decoratrice sono ben disposti a spiegarci i procedimenti lavorativi anche con una dimostrazione in diretta. La Sicilia che non ti aspetti ma, che mostra e dimostra costantemente di essere ricca di sorprese, di bellezze nascoste, una terra che offre tanto a partire dal piccolo, da quei piccoli borghi e paesi cui nessuno dà grande importanza, dove chiunque si meraviglia di vedere un gruppo di fotografi che porta scompiglio, che cerca un dialogo, che crea interconnessioni tra loro e ciò che li circonda, che siano paesaggi, monumenti, bambini o anziani.
Luisa Barca

Sicilia Orientale
Calascibetta - Villaggio Bizantino - Oratorio_Giovanni Russotti
Calascibetta - Barbiere_Dasalpi
INVASIONE A CALASCIBETTA 31 ottobre 2017

Che la nostra isola, la Sicilia, fosse di per sé un piccolo continente, dove ti basta percorrere qualche chilometro per trovarti in luoghi profondamente diversi rispetto al tuo punto di partenza, è un dato che ci è stato tramandato e confermato dai tanti viaggiatori del passato, da quei famosi rampolli dell’aristocrazia europea del secolo d’oro del Grand Tour. E questo per quanto abbiamo letto, studiato e visto lo sapevamo; ma mai nessuno ci aveva avvisato di prestare attenzione, che questi luoghi facessero battere forte il cuore, al punto tale da rimanere senza fiato per la tanta emozione vissuta e per quanta bellezza i nostri occhi avessero visto.
Là, dove il tempo per lunghi interminabili attimi si ferma ed è come stare in apnea in quell’immenso mare di meraviglia.
Se il sommo vate Dante si affida alla guida di Virgilio per il suo viaggio nell’oltretomba, noi consegniamo le nostre “anime curiose” nelle mani del nostro segretario Alfio, per il viaggio negli “inferi” della nostra incredibile Sicilia (… che per l’ennesima invasione “taoclickiana” non ci ha tradito!).
La nostra prima tappa è stata a Libertinia, un piccolo paesetto frazione di Ramacca. Uno dei tanti borghi nati nel ventennio fascista per favorire lo sviluppo e la colonizzazione del latifondo siciliano. Spinti da curiosità, ci aggiriamo con le nostre reflex per le strade e gli edifici, che mantengono ancora la connotazione tipica dell’architettura del Razionalismo Italiano. Tra un click e l’altro incontriamo un simpatico vecchietto, il quale con la vivacità tipica dei siciliani, inizia a raccontarci alcuni episodi ed aneddoti della sua gioventù. La classica foto di rito a suggellare questo inaspettato incontro, una stretta di mano ed una frase che rimane “stampata” nelle nostre menti: “Grazie, mi avete rallegrato la giornata”.
Ci avviamo, in auto, verso la Necropoli di Realmese. Una necropoli di età protostorica, di tipo pantalicano, che si trova a circa 3 km da Calascibetta, dove si possono ammirare 288 tombe, dette “a grotticella”, scavate nella bianca roccia calcarea e risalenti all’età del ferro. L'area della Necropoli è attraversata dalla regia trazzera Calascibetta-Gangi, con tratti scavati nella viva roccia, che conduce al borgo feudale di Cacchiamo. Riprendiamo il tragitto con le nostre auto alla volta del Villaggio Bizantino, un insediamento rupestre d’epoca tardo Romana-Bizantina che si trova lungo il vallone Canalotto, all’interno di un bosco demaniale. Il sito è gestito dall’Associazione Hisn al-Giran (termine arabo che significa “fortezza delle grotte”), un'associazione culturale no-profit che si occupa della valorizzazione e la tutela dell'abitato rupestre, composta da studenti universitari, giovani laureati e liberi professionisti. Ci addentriamo per i sentieri del bosco per raggiungere il villaggio, che comprende due chiese rupestri a due piani ed una trentina di grotte di cui alcune a diversi piani, utilizzate come abitazioni anche in seguito e recentemente adibite a ricovero per gli animali dai pastori del luogo. Durante la visita ci è venuto spontaneo abbandonarci al silenzio, è stato come intraprendere un viaggio a ritroso nel tempo e al contempo immergersi in un luogo pieno di storia e civiltà. Poi, abbiamo ripreso la via del ritorno con il cuore colmo di meraviglia e con la sensazione di aver visitato qualcosa di unico.
Dopo la pausa pranzo continuiamo la nostra invasione di Calascibetta, nome che deriva dall’arabo Qalat-sciabat che significa “castello sulla vetta”. Ci avventuriamo per le vie del paese senza una metà ben precisa, tra chiese e monumenti. Dopo, quando la giornata si “veste” di scuro e il freddo inizia a farsi sentire, decidiamo di ripararci nelle sale all’interno della Società Agricola La Terra Xibetana e della Società Cooperativa S. Pietro. Due piccoli Circoli di Conversazione, tra i tanti che ancora resistono in questa Sicilia che fatica a cambiare, che noi di Taoclick non trascuriamo di visitare durante le nostre “invasioni”, dove i vecchietti con l’immancabile coppola trascorrono le ore pomeridiane giocando a carte o a biliardo, dove le storie del passato sembrano voler raccontare qualcosa del presente. Dove i gesti, le parole e soprattutto i silenzi, fanno respirare quel copione teatrale che è la vita stessa.
E poi noi tutti siamo un po’ attori, senza un "canovaccio", improvvisiamo!
D’altronde non sappiamo mai che cosa ci accadrà e come andrà a finire. In fondo la vita stessa è tutta un'improvvisazione e il copione, se esiste, nessuno l'ha mai visto.
Un abbraccio a tutti voi
Rogika

Alfio Barca
Rogika Roberto Mendolia
Ernesto De Luna
INVASIONE A MINEO     20 settembre 2017

L’idea di questa nostra invasione “sui generis” è nata da una lettera che Giovanni Verga, esponente di punta del verismo, inviò il 26 dicembre 1881 al fraterno amico Luigi Capuana: “… Bisogna assolutamente che tu mi faccia o mi procuri gli schizzi e le fotografie di paesaggio e di costumi pel mio volume di novelle siciliane, tipi di contadini maschi e femmine, di preti, e di galantuomini, e qualche paesaggio della campagna di Mineo, ecco quanto mi basta, ma mi è necessario. Potrai farmeli anche tu con la tua macchina fotografica da Santa Margherita …”.
Luigi Capuana, nativo di Mineo, è stato, oltre che un grande scrittore, un ottimo fotografo, al punto da poterlo annoverare in quella ampia cerchia dei fotografi pittorialisti italiani della quale faceva parte anche il famoso Wilhelm Von Gloeden.
Si organizza allora tutti insieme una visita a Villa Santa Margherita, dove il grande autore siciliano sin da bambino trascorreva con la famiglia la villeggiatura, luogo nel quale venne ambientato il racconto illustrato per ragazzi “Scurpiddu”.
Il binomio scrittura-fotografia è sempre stato motivo di discussione negli ambienti letterari e culturali del tempo e ancora di più adesso, dopo il ritrovamento, negli anni Settanta nell’abitazione del Verga in Via Sant’Anna a Catania, dell'archivio fotografico composto da lastre, negativi e strumenti appartenuti allo scrittore.
L’anno di nascita della fotografia, 7 gennaio 1839, grazie alla importante invenzione di Louis Mandé Daguerre, è coevo alla nascita degli scrittori “veristi” Capuana (28 maggio 1839) e Verga (2 settembre 1840). I critici e gli studiosi della letteratura non hanno mai preso in considerazione questa “segreta mania” degli scrittori siciliani considerandola un semplice passatempo. La critica è sempre stata ambivalente per non dire ambigua sul rapporto tra fotografia e letteratura nell'opera verista. Tra i tanti anche lo stesso scrittore Vincenzo Consolo, si è espresso in questo modo: “… non c’era insomma nessun rapporto tra la scrittura e le fotografie di Verga …”.
Eppure consultando la Treccani si legge: per gli scrittori veristi la letteratura deve “fotografare” oggettivamente la realtà sociale e umana, rappresentandone rigorosamente le classi, comprese quelle più umili, in ogni aspetto anche sgradevole.
Dopo le nostre invasioni a Vizzini, dove abbiamo visitato il Museo dell’Immaginario Verghiano, e Catania, a curiosare in casa Verga, la scelta di Mineo era una tappa obbligata.
Mineo, città natale del padre del verismo, si presenta ai nostri occhi come un paese che sonnecchia pigramente sul suo passato glorioso. Entrando dalla storica porta Adinolfo, ci rechiamo a piazza Ludovico Buglio. A sovrastare la piazza il monumento a Capuana. Nelle panchine collocate nel perimetro asimmetrico della piazza, piccoli gruppi di vecchietti attendono oziosi l’apertura del “circolo del popolo” per la consueta partita pomeridiana a tresette. Il circolo si trova proprio alle spalle della statua, è una casa bianca bassa dove campeggia una grande scritta a caratteri rossi: Partito Comunista Italiano, ancora li in bella evidenza forse per nostalgia o forse per ricordare antiche lotte contadine. Con le nostre reflex al collo ci rechiamo in Via Capuana alla volta del palazzo dello scrittore divenuto museo. La visita al museo, anche se è stata al di sotto delle nostre aspettative, ci ha comunque permesso di ammirare le stanze abitate dallo scrittore e di rivivere un periodo importante della sua vita.
Mineo, la Sicilia, così come tutti i paesi di questa nostra isola, sono uno scrigno di tesori unici e inestimabili.
Abbandonati, dimenticati, rovinati dall'incuria: tesori di cui quasi nessuno si ricorda più o fa finta di ricordare. La Sicilia si sta dirigendo verso il punto di non ritorno. In Sicilia la cultura sta morendo davanti ad occhi impietosi, davanti a braccia conserte, davanti a mani affondate nelle tasche bucate dei pantaloni.
Eppure ci sono tanti siciliani che credono ancora nei miracoli, anche noi di Taoclick ci crediamo, continuiamo a crederci. Anche se la nostra passione fotografica alla riscoperta dei luoghi poco conosciuti della nostra isola è solamente una piccola goccia nell’oceano della strafottenza forse, se non ci fosse quella goccia, all'oceano mancherebbe.
Un abbraccio a tutti.
RGK

Alfio Barca copertina
Gli Invasori_Dasalpi copertina
La sera prima della partenza si discuteva in chat delle condizioni meteo che avremmo potuto trovare nella nostra prima “invasione” del 2017 e le previsioni non erano certo delle migliori! Tutto faceva presupporre di dover rinunciare alla partenza. Poi, non ricordo chi, qualcuno di noi scrisse: “Si parte lo stesso!”. Ed è scattata la molla dei veri incoscienti e “malati” di fotografia! Appuntamento all’alba! Unica eccezione il cambio dell’itinerario per raggiungere nel modo più agevole possibile Frazzanò e San Marco d’Alunzio, evitando così i pericoli della presenza di ghiaccio sulle strade montane.
Una leggera nevicata ci accoglie al Monastero di San Filippo Fragalà, uno dei più antichi monasteri basiliani della Sicilia, fatto costruire dal conte Ruggero e dalla consorte Adelasia nel 1090. Con le nostre reflex ci separiamo, andando alla ricerca di angoli caratteristici e rimanendo affascinati dal paesaggio che si perde con lo sfondo delle Eolie. Una capatina a Frazzanò dove incontriamo Lorenzo e iniziamo a parlare del tempo, tanto per rompere il ghiaccio, mentre Ernesto e Davide si riforniscono di un buon vino locale nella più vicina bottega. Poi tutti quanti insieme al “santo bevitore” e sotto gli ombrelli ci riscaldiamo con un corposo rosso dal profumo di altri tempi.
Con il paesaggio delle Eolie dentro i nostri occhi, proseguiamo alla volta di San Marco d’Alunzio.
Il freddo e il vento non hanno fermato la nostra voglia di conoscere e scoprire questi angoli suggestivi e meravigliosi della nostra Sicilia. Ogni “fermata” era un motivo, una scusa in più per restare in silenzio mentre il sole, che ogni tanto faceva capolino tra le nuvole, dipingeva con la sua tenue e morbida luce le montagne e le casette di San Marco d’Alunzio con colori di una bellezza dal sapore antico.
San Marco d’Alunzio, complice il giorno festivo, si presenta con le vie e i vicoli semi deserti. Si ha quasi l’impressione che il tempo si sia fermato. Il paese sorge su una collina del Parco dei Nebrodi e si affaccia sul Mar Tirreno, con un magnifico scenario visivo. Ci perdiamo volutamente ognuno con i suoi pensieri e con le reflex al collo tra testimonianze greche, romane, bizantine, arabe, normanne e barocche.
Si ha la sensazione di passeggiare in punta di piedi e di rimanere piacevolmente affascinati dalla cura che gli aluntini hanno posto nel creare un caratteristico percorso che ci permette di raggiungere le numerose chiese, i monumenti e i ruderi del castello in modo semplice e intuitivo. Prima del calare del sole, abbiamo il tempo per la consueta foto di gruppo al Tempio di Ercole edificato nel IV sec. a.C. su un gradone roccioso e poi via verso casa stavolta con la certezza che la nostra passione non conosce ostacoli di nessun genere.
Un abbraccio a tutti.
RGK
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In via Roma a Cerami, l’insegna gialla recita “Trattoria da Carmelina - 1949”. Entriamo, ci sediamo e ordiniamo.
Tra una pietanza e l’altra, accompagnando il tutto con un buon bicchiere di rosso locale, discutiamo della nostra mattinata trascorsa al Borgo Giuliano, uno degli otto borghi rurali costruiti in Sicilia dall’E.C.L.S. , delle difficoltà incontrate lungo la strada per raggiungere il Ponte di Cicerone (stavolta Alfio si è superato!!), un antico ponte menzionato sembrerebbe nelle “Verrine” del celebre oratore latino, e della nostra lunga scarpinata (Ernesto la prossima volta allenati!) per raggiungere il castello dal quale abbiamo goduto di uno spettacolo unico, ammirato in totale silenzio.
Parliamo di fotografie, degli scatti fatti e dell’ottima luce che la giornata ci ha regalato. Poi ad un certo punto, chissà come, ci sorge un dubbio amletico che, conoscendoci, avrebbe potuto addirittura rovinare la nostra uscita fotografica: “Ma la signora Carmelina campa ancora?”. E allora, al solito nostro, iniziamo a fare le nostre deduzioni con calcoli e congetture strane. Il tutto poi si risolve magicamente quando, girando lentamente le nostre teste verso il tavolo vicino all’ingresso (provate a immaginare la scena di un film muto), vediamo una signora minuta con i capelli bianchi raccolti in un “tuppu” seduta davanti ad un bel piatto di lasagne fumanti. Ci avviciniamo, ci presentiamo e la conosciamo (Meno male!! Ci è andata bene!).
Usciti dalla trattoria iniziamo a girovagare per il paese con le nostre macchine fotografiche. Tra chiese e vicoli nascosti, tra panorami meravigliosi e scenari da favola, troviamo anche il tempo per scambiare due chiacchiere con gli abitanti del luogo. Si riparte alla volta di Capizzi (Augusto alla guida è una garanzia!).
La luce incomincia a “nascondersi” dietro le montagne, i lampioni del paese si accendono. Le campane annunciano l’inizio della messa serale e i capitini si avviano verso la “Matrice”. Sentiamo i loro passi frettolosi e ritmici, come di chi è in perenne ritardo, per le strade del paese pavimentate con sanpietrini. Ci avviamo quindi verso Piazza San Giacomo, al piano terra degli edifici storici che circondano la piazza si trovano diversi circoli. Ci avviciniamo per curiosare attraverso i vetri appannati: attorno ai tavoli o ad un biliardo, piccoli gruppi di anziani trascorrono la serata. Quasi tutti indossano con orgoglio l’immancabile “coppola”. All’angolo della piazza troviamo un piccolo bar, entriamo per un caffè. Troviamo seduti un gruppetto di anziani intento a parlare e che ci saluta con l’eleganza tipica dei siciliani. Ci è venuto spontaneo iniziare a conversare con loro. Ci raccontano, con fierezza e con un velo di tristezza mista ad un forte senso di dignità, che riescono a “mantenere” con le loro piccole pensioni i tanti giovani del luogo alla continua ricerca di una occupazione per mantenersi, di un “miraggio” che tarda a venire. Gli chiediamo una foto ricordo, si mettono ordinatamente in posa. Gli promettiamo di regalargli lo scatto, loro ci offrono sorridendo il caffè. Salutiamo e chiudiamo piano la porta con doveroso rispetto.
Noi le promesse le manteniamo …
Un abbraccio a tutti voi
Rogika, Alfio, Ernesto ed Augusto
#Sicilia #sicily #cerami #capizzi
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“Fu verso le cinco e mezza del matino che non ce la fici cchiù a ristarisinni corcato
coll'occhi sbarracati a taliare il soffitto” … la cena della sera avanti consumata insieme agli amici Alfio e Ernesto, e accompagnata da “corposi” calici di un buon rosso altro non era che il prologo alla passeggiata notturna per le vie di Butera. Tra i vicoli e le chiese del paese dei Branciforte, un leggero ma insistente venticello freddo faceva da sottofondo ai nostri “animati” discorsi. Provavo una sensazione strana, d’isolamento, di pace, ma nello stesso tempo anche di sicurezza, una sensazione bellissima come quella di sentirsi straordinariamente a casa. Ero a casa. Ero in Sicilia.
L’indomani alle sei al Bar Dante il caffè è nel sorriso del barista che ti accoglie come se fossi uno di famiglia. E’ dal nostro arrivo che il paese già ci conosce. E’ Domenica. E la piazza del paese si anima lentamente. Piccoli capannelli di persone discutono gesticolando. Un gruppo di anziani vestiti di scuro passeggia ritmicamente all’ombra dell’immancabile coppola. Mi volto e vedo Alfio conversare con un signore “proprietario” di un paio di folti baffi bianchi mentre Ernesto prepara l’auto per la partenza. Si va alla volta di Mazzarino. Dal finestrino dell’auto le campagne siciliane sono come un film muto “a colori” e ogni volta è una scoperta di questa straordinaria terra. Mazzarino ci accoglie con il suo barocco e la bellezza delle sue chiese.
Durante la visita a “’U Cannuni”, il castello con un’alta torre cilindrica, quasi come un “cannone”, che si erge verso il cielo, incappiamo in una raffica di pioggia improvvisa che ci costringe a trovare riparo immediato nella nostra auto. Giusto il tempo di sistemare le nostre reflex e proseguiamo per Pietraperzia. Vista da lontano sembra un piccolo presepe, con le casette unite, vicine vicine. Arriviamo nella tarda mattinata e complice la giornata festiva le piazze e le strade sono quasi deserte, momento ideale per fotografare in tutta tranquillità. Ci accingiamo quindi a raggiungere la parte alta del paese, la nostra meta è il Castello Barresi.
Poi mentre ci muoviamo alla ricerca di una migliore inquadratura, a un certo punto Alfio ti conduce verso un posto particolare. E’ come l’apertura del sipario di un teatro, ti trovi davanti allo spettacolo di un panorama mozzafiato. Quello che hai davanti agli occhi dalle “Serre” di Pietraperzia è di una bellezza unica, quasi irreale. Rimani in silenzio a contemplare le colline, ad accarezzare con gli occhi le nuvole e ad ascoltare i battiti ammattiti del tuo cuore e ti commuovi di tanta meraviglia. E da qualche parte, forse sospinto dal vento leggero, ti arriva un grido di dolore di questa terra, la Sicilia, che cerca amore e rispetto, cerca cose semplici e genuine, senza chiedere nessuna contropartita in cambio.
Alla prossima invasione, un abbraccio RGK
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Una azzardata “invasione-avventura”, per documentare fotograficamente la realtà “selvaggia” delle miniere di zolfo del nisseno, ammodernate nel dopoguerra ed abbandonate a se stesse perché antieconomiche, dove la ruggine regna sovrana e domina il silenzio, rotto dal fischiare del vento, dal cigolare delle lamiere o dal volo battuto, rapido di qualche rapace notturno spaventato dalla nostra intrusione. I “click” delle nostre macchine fotografiche, hanno violato la sacralità di questi luoghi. Mentre ero seduto sopra un masso mi investe un agre odore di zolfo portato dal vento e la mente corre all’inferno delle zolfare e degli zolfatari, al dramma dei “carusi” e della loro vita venduta (dai genitori) con il “soccorso morto”, alle tragedie ed ai morti di questi luoghi dell’ottocento e del novecento. Mentre lo sguardo osserva il panorama, dalla memoria affiora la descrizione ambientale del dramma “Gabrieli lu carusu” di Alessio Di Giovanni, il poeta delle zolfare:
>>> ‘Nfunnu, ‘na muntagna tutta a surfàri, cu cozza chini di ginìsi, cu carcarùna ca fùmanu, quarchi casuzza di firraru, e, ccà e ddà, li pirtusa dunni si scinni nni li pirreri. Nni lu chianu, palati di sùrfaru accatastati e munzedda di sterru. (…) Si senti, nni lu vasciu, lu scrusciu di li vaguna ca tòrnanu scàrrichi dintra a la pirrera; e, supra la muntagna, la vuci di li carusi ca carrïanu sùrfaru pi inchiri li carcarùna … <<<
I “carusi”, dalla giovinezza rubata, sono sempre i protagonisti di questi luoghi anche nelle tragedie, come quella del 12 novembre del 1881 alla miniera di Gessolungo, quando un violento scoppio di “grisou” investì i minatori: 65 morti, tra loro 19 “carusi” dai 7 ai 14 anni. Nove di essi rimasero senza nome. Momenti di commozione e riflessione hanno accompagnato, davanti a quelle piccole croci, la nostra silenziosa visita al cimitero dove sono sepolti. I versi, sempre di Alessio Di Giovanni, ne fotografano l’esistenza:
“Nni 'na pirrera, lamenti di carusi, ddi lamenti ca pàrinu suspira, e 'na prijera scura di morti.”
Alfio Barca
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Una “Invasione” anomala decisa all’ultimo momento e con un esiguo numero di partecipanti, ma straordinariamente interessante.
Non trovo di meglio descrivere Novara di Sicilia con alcuni versi di Masa Imbesi, illustre novarese scomparsa prematuramente un mese fa:
… C'è un paese meraviglioso e silente,
eppure tanto piccolo,
quasi sconosciuto alle cartine geografiche
e pressoché ignoto alle mete dell'elite ...
Il borgo conserva un impianto urbanistico medievale, strade acciottolate, una trama di vicoli sormontati da archi, inquietanti maschere apotropaiche sugli architravi delle porte e nelle facciate dei palazzi, chiese sontuose ed eleganti palazzi riccamente decorati. La città è nota per l'arte del taglio e della lavorazione della pietra, realizzata dai maestri scalpellini, le cui origini affondano nel passato, da cui l’appellativo Paese di Pietra.
Girovagando per le “vaelle” è nostra consuetudine intrattenerci ed ascoltare le testimonianze di chi vive la realtà quotidiana del borgo.
Con splendidi racconti di un antico vissuto ci ha deliziato il Signor Nino Orlando, memoria storica, che ha sottolineato di conoscere tutti i novaresi per nome, cognome e … soprannome.
Ci siamo presi anche i “benevoli” rimproveri del Signor Carmelo Puglisi, un sanguigno ciabattino, che ci ha illustrato su una forma di legno ed i modelli in carta, tutti i pezzi di cuoio per fare un … paio di sandali.
Il Vice Sindaco ed Assessore al Turismo Signor Salvatore Bartolotta, nonostante gli impegni, è stato la nostra guida nella visita al Teatro R. Casalaina, gioiello del 1700 che ancora oggi permette lo svolgimento di attività culturali. Ci ha anche “raccomandato” con il Signor Mario Affannato, valente scultore della pietra locale, nonché mugnaio, che ci ha accompagnato a visitare il mulino ad acqua a ruota orizzontale Giorginaro del 1690, nella parte più recente e forse del 1300 nella parte più antica, da generazioni di proprietà della sua famiglia, restaurato nel 2001 e perfettamente funzionante. Ad una esaustiva descrizione delle sue parti è seguita una dimostrazione pratica di macinazione di una piccola quantità di grano “timilia”, una antichissima varietà di grano duro diffusissimo nella Sicilia di una volta. Fortunatamente, molti agricoltori siciliani hanno deciso di riprendere a coltivarlo, ricavando attraverso la macinatura a pietra una farina naturale che ne fa un prodotto raro e pregiato.
Unica delusione le chiese chiuse, l’assenza di Padre Emeka, non ci ha permesso di ammirare quanto ivi custodito.
Purtroppo Novara di Sicilia è un paese con un costante calo demografico. Passato dai 4.932 residenti del censimento del 1951 ai 1.337 residenti del 2015 (ma chiacchierando con una gentilissima residente le persone che ci vivono abitualmente non superano le 700-800 unità), chiudo questo breve commento su un altro “gioiello” sconosciuto della nostra Sicilia con altri versi di Masa Imbesi che ne esaltano il fascino:
… dove arrivare è ritrovarsi,
dove è bello smarrirsi
o inerpicarsi per le viuzze strette e solitarie,
e suggestivo è ascoltare serenate di violini alla luna
e sentir decantare poesie d'amore
da inguaribili, romantici poeti …
Alfio Barca
Gagliano Castelferrato
Panorama da Agira
A Gagliano Castelferrato, piccolo paesino in provincia di Enna, proprio di fronte la piazza "Monumento", si trova una piccola bottega di generi alimentari. Non riesco a disobbedire a quel "piccolo brontolio" del mio stomaco. Entro. Il Sig. Agostino, persona gentile e alla mano - eppure i tratti del suo viso mi ricordano qualcuno! - nel prepararmi il panino, mi chiede sorpreso il motivo della nostra presenza in paese. Al che gli confido, che la nostra Associazione Fotografica Taoclick, ama riscoprire, con le reflex al collo, i luoghi della nostra amata Sicilia. Quei luoghi quasi emarginati dai classici flussi dei visitatori e dei turisti e, si prefigge anche, con la condivisione delle foto sul web, di ridare dignità alla nostra storia. Gagliano Castelferrato è stato anche il luogo dove l’ingegner Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, la mattina del 27 ottobre 1962 di fronte la popolazione gaglianese, pronunciò un discorso destinato a restare memorabile nella storia della nostra isola. Lo stesso giorno l'ingegner Mattei morì in un misterioso incidente aereo nei pressi di Pavia. Con le nostre auto proseguiamo “l’invasione" nella vicina Agira, paese che diede i natali allo storico siceliota Diodoro Siculo. Ci incamminiamo curiosi alla scoperta di chiese, vicoli e quartieri. All'imbrunire, ci ritroviamo tutti insieme affacciati sulla piazza centrale, dove una luna sorridente ci regala uno spettacolo mozzafiato sopra i tetti della città. Sembrerà strano, abbiamo un modo tutto particolare quando programmiamo le nostre "invasioni". Ci mettiamo dentro non solo la voglia di evadere e divertirci tra di noi, ma sentiamo addosso quel sentimento che assomiglia molto ad una missione, come se dovessimo avvertire una piccola responsabilità nel nostro girovagare. E' un po’ come una vocazione, una necessità, nutrimento non solo per i nostri occhi ma anche e soprattutto per i nostri cuori.
Un abbraccio a tutti RGK
Taoclick foto gruppo
Taoclick-Monterosso
Nella stanza del B&B che il nostro scrupoloso e solerte segretario Alfio ha scelto per il nostro pernottamento a Ibla, mi ritrovo adagiato sul comodino un volume di Roberto Alajmo: “L'arte di annacarsi. Un viaggio in Sicilia”.
Lo apro, ricordo una bella frase e la vado a cercare. In quelle quattro righe si racchiude in poche parole il nostro modo e “mondo” di essere siciliani, la leggo a bassa voce  con un lieve sorriso sulle labbra:  “Enorme -  davvero: enorme, e unica, e inspiegabile - è l’ossessione meteorologica dei siciliani. Se c’è brutto tempo si sentono in colpa, si giustificano, come se avessero invitato qualcuno a casa propria facendogli trovare la tovaglia macchiata di sugo”.
“Annacare” è in dialetto siciliano un verbo insidioso, non  traducibile in italiano. L'arte di “annacarsi” prevede il muoversi il massimo per spostarsi il minimo.
“Pur restando immobile, l'Isola si muove. Non è uno di quei posti dove si va a cercare la conferma delle proprie conoscenze. È invece un teatro dove le cose succedono da un momento all'altro. È un susseguirsi di scatti prolungati, pause per rifiatare e ancora fughe in avanti”.
Non so se credere o meno ai casi della vita, certo è che il ritrovarsi in sintonia con le bellezze della nostra  Sicilia, sempre e comunque, alla quale ci lega un inossidabile legame di appartenenza, è molto intimo e profondo. Parte da qui la nostra “invasione” a Ibla, Ragusa e Modica che “indossano” il loro barocco con l'eleganza di una signora d'altri tempi, di una dama antica e ammaliatrice. Con le reflex al collo ci è sembrato naturale seguire l'istinto a noi tanto caro, per incamminarci tra i vicoli nascosti e le ardue scalinate, pur di immortalare l'anima di queste cittadine/signore che attendono semplicemente di essere guardate/immortalate con gli occhi di un innamorato pieno di attese e colmo di amore. L'album che vi presentiamo è un piccolo riassunto e siamo orgogliosi di condividerlo con tutti voi. Ma non tutto si può raccontare con una foto, con un singolo scatto. Tante altre foto non siamo riusciti a scattarle. Forse volutamente, e sono quelle che restano dentro di noi. Perdonateci, non è per essere antipatici, ma a volte ci viene davvero difficile raccontare con una immagine i battiti impazziti del nostro cuore.
Per dirla in breve : “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica”.
Un caro saluto a tutti
Rogika
Panorama Centuripe
Capita ...
Capita che ci si debba organizzare in poco meno di mezza giornata. Capita che si debba fare il tutto in fretta . Capita che si debba sottrarre delle ore importanti al sonno. Capita di ritrovarsi la mattina seguente con le borse sotto gli occhi. Capita che a 180 all'ora si raggiunga Centuripe. Capita che basta solo il sorriso di Vanessa e Anna per non accorgersi che lo scirocco è una semplice illusione. Capita che ci si sente avvolti da una atmosfera di allegria passeggiando per le vie del borgo. Capita che gli occhi si riempiono di meraviglia immergendosi nella storia. Capita anche che la testa di Adriano e i vasi centuripini hanno una voce e rimani li come un coglione in silenzio ad ascoltare. Capita che ti incazzi come una bestia quando ti rendi conto che questa straordinaria terra non ha alcuna voglia di rialzare la testa. Capita che le luci della sera e il brusio della gente ti facciano fare pace con la vita. Capita che davanti ad un vassoio di dolci ed ad un bicchiere di amaro di genzianella ti accorgi che la semplicità,l'onestà e la schiettezza non sono un miraggio. E poi ti capita dentro l'auto sulla via del ritorno di volgere dietro lo sguardo e vedere le luci allontanarsi e sentire sommessamente la tua voce dire : grazie !! Breve storia di una "invasione", di quelle nostre, di quelle improvvisate in giro per questa nostra "disgraziata" e "buttanissima" Sicilia, di quelle che hanno sempre un loro perché da raccontare , di quelle che ti si appiccicano sulla pelle e non ti lasciano mai , di quelle che...
Un abbraccio a tutti Rogika.
I villaggi Schisina
Villaggi Schisina
Continuano le invasioni digitali dell'Associazione Fotografica Taoclick.....
I Villaggi Schisina sono sette piccoli villaggi costruiti dalla Regione Siciliana nel1950, sulla Strada statale 185 di Sella Mandrazzi, nel territorio del comune di Francavilla di Sicilia (ME), con lo scopo di adibirli come abitazioni per i contadini assegnatari delle terre circostanti facenti parte di ex latifondi.I sette villaggi sono costituiti da svariati agglomerati uno accanto all’altro, e i loro singolari nomi sono:
• Schisina,
• Borgo San Giovanni,
• Bucceri-Monastero,
• Pietra Pizzuta,
• Malfìtana,
• Piano Torre,
• Morfia.
Nel 1950, al tempo della riforma agraria in Sicilia, fu creato l’Ente per la Riforma Agraria in Sicilia (Eras). L’obiettivo era quello di espropriare ed assegnare i vecchi latifondi ai contadini, che a canone agevolato e dilazionato avrebbero potuto riscattare il terreno. Inoltre gli stessi avrebbero potuto ottenere dei fondi regionali.
Per i proprietari che volontariamente offrivano in vendita i loro terreni, erano previste agevolazioni. La contessa Maria Maiorca Mortillaro, cedette 748 ettari del suo feudo proprio tra Novara di Sicilia e Francavilla di Sicilia al prezzo di 22.800.000 (del 1950). I lavori furono affidati ed eseguiti dalla ditta Arcovito di Messina, per una spesa poco inferiore al miliardo di lire. L’organizzazione dei sette villaggi era così strutturata: Borgo Schisina era il villaggio centrale, quello più grazioso, fiore all’occhiello dell’Eras e centro amministrativo di tutta l’organizzazione montana. Gli altri invece erano micro-comunità costituite da piccolissime case costruite in mattoni sui vari terrazzamenti del terreno.
n tutto furono costruite 164 abitazioni, da assegnare per sorteggio, con annesso appezzamento di terreno variante tra i due e i sei ettari. Le assegnazioni furono fatte per sorteggio. Ma subito dopo 64 contadini rifiutano l’assegnazione delle terre, mentre gli altri 100 che accettarono, rifiutarono di stabilirsi in loco con le famiglie. Pertanto i villaggi rimasero vuoti. Il perché di tutto ciò venne spiegato dal fatto che benché i contadini fossero nullatenenti e poverissimi, le case a loro assegnate erano costituite da due soli locali, composti da una cucina di quattro metri per quattro e una stanza da letto di tre metri e mezzo per tre metri, senza luce elettrica, perché a quel tempo non era stata ancora costituita l’ENEL, e la SGES società in concessione non intendeva elettrificare le campagne. Inoltre nelle abitazioni non era stata prevista l’acqua corrente.
Oggi il sito che è situato fra Novara e Francavilla di Sicilia è ancora raggiungibile nonostante la strada si presenti molto dissestata.
Copertina Robert Capa
“L'arte diventa conoscenza solo se condivisa” e noi vogliamo condividerla in tutte le sue forme, insieme a voi. Questo è il principio cardine delle nostre “invasioni” fotografiche e del nostro gruppo fotografico. Stavolta è toccato a Troina, cittadina in provincia di Enna, ad essere “invasa” dalle nostre reflex, quelle dell’Associazione Fotografica Taoclick. Il “clou” di questa nostra uscita è stata la Torre Capitania, luogo della esposizione del famoso foto-reporter di guerra Robert Capa. La mostra, oltre che ben curata nei minimi particolari, ci ha dato l’opportunità di approfondire alcune curiosità e permesso di conoscere meglio la figura di Robert Capa e la sua storia. Troina ci ha accolto con simpatia e con la consueta disponibilità. I cittadini locali ci hanno anche permesso di scattare diverse foto insieme. La visita alle chiese ed ai monumenti ha fatto da cornice alla nostra voglia di curiosare e conoscere. Ci siamo poi concessi una pausa (doverosa!), in un caratteristico agriturismo del posto (il nostro stomaco ringrazia!), poi ci siamo diretti verso il ponte di “Faidda” al confine con Cesarò. Un antico ponte di origine romana luogo sacro dei viaggi votivi dei “Ramara” contadini poveri e braccianti, ecco alcuni versi di un loro antico canto:
“Madonna quantu è javutu lu suli,
sant’Aita facitulu cuddari.
Avi di l’abba chi sugnu a buccuni,
li rini si li manginu li cani!
Nun l’ata fari no ppi li patruni,
ma lu povuru junnataru!”
Abbiamo deciso quindi di proseguire con le auto per visitare il Lago Sartori e la Diga Ancipa, ne abbiamo approfittato per ammirare la maestosità e lo splendore del paesaggio del luogo. Le nostre foto “raccontano” anche i momenti di goliardia che ci siamo concessi , ovviamente siamo consapevoli (eccome!) che l’allegria e la spensieratezza dello stare insieme è il miglior antidoto ai doveri che la vita di ogni giorno ci impone. Fotografia permettendo!! Alla prossima, un abbraccio a voi tutti Rogika.
Taoclick - Sperlinga, Gangi,
"Sai cos'è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando."
E' una frase che Sciascia fa dire a Candido. E' una frase che mi sovviene spesso quando insieme ai miei inseparabili amici "invaders" andiamo in giro per la Sicilia. Le nostre "invasioni" forse sono solo una scusa. Ci inventiamo il pretesto di voler documentare per immagini la nostra terra, ma sappiamo bene che così non è. Si, facciamo finta e ci prendiamo continuamente in giro, perché noi la voglia di sognare e di vivere in un sogno la sentiamo davvero. E' questa la nostra isola. E' un sogno ad occhi aperti. Ed è proprio dall'amore che proviamo per questa terra che abbiamo deciso di "viverla" con le nostre "invasioni". Per apprezzarne gli odori, il calore e la passione, per apprezzarne il cibo e le persone. Ci sono luoghi che neanche ti immagini, colori che non hai visto mai, paesaggi che sono da nutrimento per la tua anima. Sperlinga, Gangi, Geraci e le Petralie sono state una tappa importante per il nostro percorso, ci hanno regalato tante emozioni. Ci diciamo sempre che il tempo che abbiamo a disposizione non basta mai ed è vero. Saremmo voluti restare ancora seduti su una panchina ad osservare il tramonto, saremmo voluti restare ancora a chiacchierare con la gente del luogo. Poi ti senti battere sulle spalle, ti volti e ti accorgi che la vita di tutti i giorni reclama la tua presenza.
Noi siamo nati in Sicilia. Noi siamo nati isola nell'isola. E ti rimane dentro e non ci puoi fare niente.
Un abbraccio a tutti
Rogika
Militello
Militello Val di Catania. E’ in corso la Sagra della Mostarda e del Ficodindia. Bancarelle illuminate , la gioia dei bimbi, il fumo delle caldarroste, il brulicare nelle stradine , diventano occasione e momenti di ritrovo e svago per la collettività. Noi ne traiamo vantaggio, conversando con la gente del luogo, simpatica, aperta e disponibile . Un’ottima occasione per raccontare con le nostre foto la genuinità della nostra terra.
Vizzini
Abbiamo ripreso le nostre uscite , quelle che amo definire “Le invasioni di Taoclick” , con la stessa immancabile voglia di dare , nel nostro piccolo , un contributo importante alla nostra terra, alla nostra cultura . Noi non conosciamo barriere, ne ostacoli, siamo per la condivisione delle nostre foto, ed utilizziamo questo straordinario mezzo che è Facebook , per la diffusione e la valorizzazione del nostro patrimonio artistico che è la Sicilia.
La nostra tappa stavolta è stata Vizzini. Il paese natio dell’interprete più rappresentativo del verismo italiano : Giovanni Verga. Tra elementi barocchi , palazzi signorili e vicoli caratteristici abbiamo “respirato” l’atmosfera delle sue opere più importanti, da “Mastro Don Gesualdo” a “Novelle Rusticane”. La visita al Museo dell’ Immaginario Verghiano , ci ha fatto conoscere il Verga fotografo , ribadendo lo stretto rapporto che lega letteratura e fotografia. Fotografie di fattori, contadini, massari, cameriere e una gran quantità di uomini e donne, ripresi nella loro semplicità, inseriti nel loro ambiente quotidiano , indizi importanti dello stile di vita, dell’estetica e della storia di quel tempo. Proseguendo fuori dal paese , nella zona a valle , immerso tra secolari fichidindia , ci imbattiamo nell’antico borgo ottocentesco “ ‘A Cunziria”, di grande interesse lettarario e collegata all’episodio del duello fra compare Turiddu e compare Alfio , della “Cavalleria Rusticana”
Gibellina Nuova_Rogika Roberto Mendolia
Invasione a Gibellina Nuova ... Poggioreale Antica ... Roccamena
L'Associazione Fotografica "Taoclick" ha aderito con entusiasmo al progetto "Invasioni Digitali" scegliendo il paese fantasma di Poggioreale Antica. Una scelta non casuale in quanto questo luogo, tristemente conosciuto per essere stato uno dei tanti paesi colpiti dal terremoto del Belice accaduto nel 1968, non solo è una delle mete predilette dagli appassionati di fotografia, ma anche perché non si può trascurare il fatto che questa località è una delle location più suggestive, affascinanti e ricche di memoria di tutta la Sicilia.
"Avere attraversato la Sicilia e venire accolti dal presidente Giacinto Musso dell'Associazione Poggioreale Antica e dalla simpaticissima volontaria Rosalia Urso, che si prodigano, con premurosa ed amorevole iniziativa, al suo recupero, al fine di far risplendere la memoria del loro antico centro urbano, è un gesto importante da parte nostra" - racconta Ernesto De Luna, presidente della associazione Taoclick, "non solo di essere presenti all'evento, ma anche per dimostrare che la fotografia, la nostra fotografia, non solo è una passione ma soprattutto perché intende lanciare un messaggio: vuole essere portatrice sana di storia, di arte e di bellezza; vuole essere una nuova forma di conversazione e divulgazione del patrimonio artistico, quel patrimonio della nostra Sicilia quotidianamente violentato e abbandonato nel totale silenzio dalla nostra classe politica. Insieme ai miei soci siamo fortemente convinti che solo con la cultura possiamo rilanciare la nostra terra. Non ne possiamo più di luoghi chiusi e non usufruibili, abbiamo un immenso patrimonio artistico costituito da musei e siti culturali che rappresentano la nostra più grande risorsa, ed è per questo che "invadiamo" con le nostre macchine fotografiche, per restituire la dignità che questi luoghi meritano, per condividerle sui network con tutti gli appassionati dell'arte, della bellezza e della cultura".
Poggioreale
L’accelerazione della rivoluzione digitale può contribuire in maniera esponenziale allo svecchiamento delle istituzioni culturali e favorire una concezione “aperta e diffusa” del patrimonio culturale. Da questi presupposti nasce Invasioni Digitali,un progetto rivolto a diffondere la cultura digitale e l’utilizzo degli open data, formare e sensibilizzare le istituzioni all’utilizzo del web e dei social media per la realizzazione di progetti innovati.